Serata diapositive

Non ricordo assolutamente dove ero arrivata l’ultima volta con la serata diapositive. niente, mi tocca andare a controllare (sono reduce da una giornata di shopping non programmata, potrei essere più sconclusionata del solito (è difficile, lo so, ma potrei riuscirci)).

Quindi, controllo dove ero arrivata.

Ok si, ricordo. Ero in vacanza in Italia, avevo mangiato un sacco di roba buona che non trovo in Scozia, dove evidentemente si fa la fame (si sa, come si mangia in Italia non si mangia in nessun altro posto del mondo).

Continuiamo.

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Queste prime diapositive (avete spento la luce? Avete trovato il posto più scomodo della casa dove gustarvi lo spettacolo? No perché quando guardavo le diapositive da piccola, non so perché ma dopo 5 minuti mi accorgevo di aver preso la sedia più scomoda del mondo/posto del divano peggiore/cuscino ripieno di aghi appuntiti) (forse era solo perché è una noia mortale guardare le diapositive. Per questo l’ho riproposto qui nel blog)… Mi sono persa tra le parentesi. Dicevo? Italia, diapositive, si. Queste sono due foto scattate dal balcone di casa (quella italiana, ovvio. Non avevo già detto che ero in Italia? Circa mille volte…)

Se c’è una differenza con la casa scozzese è: la calma. Qui quando mi affaccio dalla finestra ci sono macchine che passano, gente che parla, per non parlare degli ubriachi di notte (in pratica sto nel quartiere dei pub da ubriaconi, cosa che mi avrebbe reso enormemente felice qualche anno fa, adesso un pochino meno), mentre in Italia quando stavo nel balcone sentivo la calma. Devo ammettere che tante volte mi manca. E’ come se qui non riuscissi mai a staccare completamente il cervello, Edimburgo è una città decisamente caotica rispetto a Ancona.

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Altre diapositive che mi evocano la calma, che mi fanno ricordare della mia gioventù (ormai passata da qualche secolo) quando ehm ehm, si saltava la scuola e si andava al Passetto. A fare cosa? Bo, probabilmente niente. Come tutti i vecchiardi la mia memoria fa schifo, quindi non mi ricordo niente. Ma il Passetto mi è sempre piaciuto parecchio per quella sensazione che ti dà quando ti metti lì a guardare il mare e come si perde verso l’orizzonte. Un’altra vista che mi manca parecchio da quando sono in terra scozzese.

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Ma andiamo a immagini più familiari: il sushi. Se c’è una cosa che proprio non mi manca è il sushi. E certo, me lo vedo (e soprattutto, me lo mangio) tutti i santi giorni a lavoro. Mi chiedo sempre com’è possibile che non mi abbia ancora stancato, ma poi mi viene in mente che sarebbe come chiedere a un italiano perché continua a mangiare la pasta tutti i giorni. Ci sono cose evidentemente che non ti stancano mai. Per gli italiani normali sono la pasta e la pizza, per gli italiani rimbambiti come me sono il sushi e la pizza con pollo e peperoni.

Un motivo tra l’altro per cui non mi manca il sushi italiano è il salmone. Vabbé, detta così sembra che abbia detto una frase del tipo “Non mi piacciono le arance perché gelato”, cioè una cosa totalmente priva di senso (come quasi tutte le altre frasi che scrivo, insomma). Intendevo che da quando mi sono abituata a mangiare il salmone qui, quello che c’è in Italia mi è sembrato insapore. Ed è stranissimo perché in tutti gli anni che mi sono ingozzata di sushi in giro per le Marche, non me ne ero MAI resa conto!

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Questa doppia diapositiva è solo per vantarmi nella mia bravura a fare temaki (o come li chiamano in terra Scotlandese “handroll” perché, come mi è stato spiegato il secondo giorno di lavoro, “sono fatti a mano”. La sagra dell’ovvietà insomma), uno dei miei fiori all’occhiello (ma davvero, mi ci hanno fatto i complimenti i clienti e altri continuavano a ordinarmeli di continuo. Sono soddisfazioni). Quello a sinistra è quello che ho mangiato in Italia fatto da un povero chef sconosciuto, quello a destra è quello che ho mangiato nella mia pausa pranzo di un paio di mesi fa, confezionato appositamente dalla grande e apprezzata in tutto il mondo cheffa Fran.

Direi che le differenze sono notevoli.

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E qui siamo quasi in ripartenza. Come vedete 2 su 3 dei miei gufi si erano tranquillamente appollaiati nel letto giusto per dire “Noi da qui non ci muoviamo! O ci porti con il nostro trespolo o niente uuhh uhhhh” (Ma cosa sto dicendo?)

Insomma, mi sono dovuta arrampicare per tirarli giù e promettergli che nella loro casa scotlandese ci sarebbero stati trespoli più alti di quello (mentivo, e per questo ho passato momenti difficili. Il gufo nero ha cercato più volte di uccidermi nel sonno, facendo finta di dormire sopra la mia coscia mentre in realtà premeva nell’arteria femorale per bloccarmi la circolazione)

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Ed eccoci in viaggio (andata: treno, ritorno: ovviamente macchina. Potevamo farci sfuggire l’emozione di fare 2000 chilometri in macchina? Ma certo che no) con i nostri fidati amici, Cane e Scrat, che ci hanno guidato per ben 4 stati verso la nostra nuova patria.

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Abbiamo anche diapositive di divertenti momenti in macchina quando, presa da un raptus di pazzia, ho liberato il gufo nero dalla sua gabbietta dotata di trespolo (ovvio, sennò mica ci entrava dentro) per fargli vedere la strada. Il millisecondo impiegato per fare la foto è stato l’unico in cui quel gufaccio è rimasto lì carino e calmo. Appena schiacciato il tastino da selfie infatti ha iniziato ad arruffarsi le piume e a svolazzare per tutta la macchina (o almeno nel 10 cm cubi di spazio libero che erano rimasti in macchina). Un errore (quello di tirarlo fuori dalla sua gabbietta) che non ho più ripetuto.

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Come punizione divina infatti ci sono toccate le 11 piaghe d’Egitto: acqua che diventava vino (noooo, volevo la birra), rane, zanzare che succhiavano avidamente il mio dolce sangue, mosche, bestie morte, piogge di fuoco e ghiaccio, cavallette, notte fonda, morte di gufi primogeniti e bufere di neve (grazie a santa Wikipedia per le prime 10 piaghe d’Egitto. Capirai, io pensavo fossero 7). Un secondo prima c’era il sole cocente, quello dopo ci siamo ritrovati in Alaska il 15 di gennaio. E tutto questo per aver liberato 2 minuti il gufaccio nero. Mai più.

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Dopo aver rimesso il gufaccio nella sua gabbia con trespolo all’ultimo grido (è un trespolo della Apple, mica stiamo a fare le trecce alle bambole), il sole è tornato magicamente a splendere. E siamo giunti a Calais, paesello francese che probabilmente vive solo grazie al porto che la collega all’inghilterra e dove, per questo, il personale degli alberghi non spiccica una parola di inglese. Mi pare giusto.

La traversata e il ritorno a casa ve lo lascio per la prossima volta.

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Chiudo con questa diapositiva che mi fa pensare al fatto che piano piano mi viene da associare sempre più spesso la parola “casa” a Edimburgo, ma dentro di me so con certezza che “casa” sarà per sempre dove ci sono le persone che ti hanno fatto diventare la persona che sei.

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