Serata diapositive

Mettetevi comodi e munitevi di occhiali da sole per far finta di essere svegli mentre in realtà state tranquillamente russando, perché ho altre foto su cui sproloquiare.

Per fortuna il periodo “fotografo tutto quello che vedo in giro” è finito circa un mesetto fa. Adesso fotografo solo 9 cose su 10.

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Questa risale penso a Natale (ma potrei sbagliarmi, anzi, mi sbaglio sicuro perché era nella cartella “febbraio”, quindi sicuro sarà di gennaio (non fa una piega)). Mi mostra in tutto il mio splendore mentre felice torno da lavoro in autobus (che devo ammettere, adesso che ho cambiato casa un pò mi manca. Sentire la gente che ringrazia l’autista ogni volta che scende è una delle cose che più mi hanno emozionata da quando sono qui). In realtà l’ho fatta solo per vantarmi della mia rosità (posso brevettarla come parola?) e del mio nuovo zaino Totoroso.

Scozia, terra di Haggis e di negozi dove puoi comprare tutti i gadget di Totoro.

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Rimanendo in tema Giappone (quando ci eravamo entrati? Ah si, con Totoro), qui pullula (ma quant’è bella la parola “pullula”? Parecchio) di ristoranti giapponesi. Vabbè, anche di indiani, italiani e spagnoli, ma chi se ne frega (scherzo, io mangio in tutti i ristoranti). Dicevo, qui pullula di ristoranti giapponesi. E per me, cresciuta in terra spopolata di giapponesità fino a che timidamente non ha aperto il primo all you can eat di sushi qualche anno fa, è in pratica come vivere a dreamlandia. Ti giri e ops, inciampi in un ristorante di ramen. Ti rialzi e ops, sbatti il ginocchio in un ristorante di maki. E ops, scivoli in un cinese che fa anche sushi e ramen. E poi vabbé, senza contare che il posto dove lavoro si chiama Yo Sushi, ecco, non è che facciamo bistecche alla fiorentina. Ma, ma, non mi basta mangiare sushi a sbafo quasi tutti i giorni. Quando sono off scivolo per caso dentro a un ristorante giapponese (oh, non è colpa mia, io cammino allegramente per strada e poi vengo risucchiata nei ristoranti!). Questo in particolare è stato veramente ottimo. Ramen ottimi, come anche i maki salmonosi.

Tutto questo per dire che nella foto c’è il poggiabacchette di un ristorante giapponese. Si sa, la capacità di sintesi è uno dei miei maggiori pregi.

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Adesso, uno cosa ci viene a fare in UK se non per mangiare cupcake come se non ci fosse un domani (che poi con tutto il burro che c’è, ti viene davvero da chiederti se ci sarà un domani per te che te ne sbafi 10 in una volta o se quell’arteria che porta il sangue alla testa (anatomia, ti sto dimenticando) non si sia finalmente intasata con tutto quel colesterolo)? Una delle cose decisamente più belle di vivere in Scotland sicuramente è la varietà di dolci che c’è. In Italia ce la scordiamo (vabbé, in realtà che ne so. Meglio dire che in Ancona ce la scordiamo). Qui è veramente la patria dei dolci. O almeno di quelli che piacciono a me. E adesso verrò fucilata da tutti gli italiani (che stavano già arrotando le loro sciabole quando ho detto che adoro la pizza con il pollo sopra) ma io lo devo dire: e basta con sti dolci italiani! Io voglio cupcake e cheesecake fino alla morte! E per essere coerente (almeno per una volta), ecco la foto di due cupcake che erano una favola, uno al caramello e uno alla banana e caramello.

(poi vabbé, per essere coerente con la mia incoerenza il giorno dopo sono andata al supermercato e mi sono comprata una vaschetta da 3 chili di tiramisù)

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Altro motivo per cui penso che non andrò mai via dalla Scozia: il concetto di “colazione”, “merenda”, “spuntino” o come volete chiamarlo. Da noi colazione si fa al massimo con caffé o cappuccino e pastarella. Qui si fa ALMENO con un caffelatte con panna e cioccolato, croissant burroso e fetta di cheesecake. Per non parlare della colazione tipica scozzese. Devo cercare una foto di repertorio. O meglio: domani vado a farmi una colazione scozzese, gli faccio una foto prima di divorarmela e la posto (la foto, non la colazione) nella prossima serata diapositive.

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Su questa non c’è molto da dire se non che la pazzia, dei soldi a disposizione e Tiger, non sono una buona combinazione.

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Sempre parlando di Giappone (si, Totoro, ristornati, poggiabacchette…) come non potevo trovare il mio negozietto cinese di fiducia che vende anche UN SACCO di cose giapponesi e che la prima volta che ci sono entrata ho quasi pianto per la gioia? (bisogna prendere fiato per leggere la frase)

Questi sono dei mochi (dolcetti tipici giapponesi, dalla consistenza particolare che non piacciono a tutti, sono, come dire, cingommosi? chewy? (non è che scrivo termini inglesi per fare la figa (anche) ma perché è una di quelle pochissime parole che ho imparato dato che qualche cliente chiede “ma come sono questi mochi?” e dopo le prime tre volte che sono rimasta imbambolata perché volevo dire cingommosi ma non sapevo come dirlo, ho chiesto chiarimenti. Insomma, sono gommosetti, ecco)). Due tipi hanno il ripieno di fagioli (si, lo so, detto così fa schifo, ma è una delle cose più buone che esiste al mondo) e uno di peanut butter. Buonissimi. Ah si, l’altra cosa che si vede sopra era una confezione con dentro un pezzo di alga nori arrotolata. Mi ricordo che era buona, ma niente di più.

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Unica tipologia di colazione sana che si trova in circolazione qui. Bè, messa a confronto con le schifezze che vende Mc Donald di prima mattina (giusto per impuzzare tutto il centro città), questa è davvero una colazione super healthy (ok, basta a scrivere parole a caso in inglese, tanto lo sanno tutti che non so cosa dico). Sua maestà Il Porridge. L’avevo provato a fare in Italia, mi era anche piaciuto ma niente di che. Qui come al solito hanno una marcia in più: trovi le confezioni monouso dove devi aggiungere solo l’acqua e aspettare 3 minuti. Ovviamente ci sono aromatizzati al miele, allo sciroppo d’acero, al cioccolato e non mi stupirei se ce ne fosse anche una versione al curry e wasabi.

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Altra foto che l’umanità poteva anche risparmiarsi. Ma serve per sottolineare il mio amore per una catena di vestiti: Primark. C’è in Italia da qualche parte? Non saprei, ma se c’è ANDATECI. Subito. Andate nel reparto dei pigiami e preparatevi ad avere occhi a cuoricino per almeno 3 settimane. Che dire, è una catena low cost (ma proprio low) con tutto, tutto quello che una scema amante dei vestiti pelosi, rosa e stupidi poteva volere. La vostra vita non sarà più la stessa (e con la scusa “tanto costa poco” potete ben capire cosa succede una volta entrati dentro…)

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Ed eccomi in un altro negozio introvabile in Ital… ehm ehm, no. E’ l’Ikea. Ma ha due cose diverse dall’Italia: i prezzi (sono più alti) e la pronuncia direi oscena del nome (amo l’inglese, ma AIKIA non si può sentire). Comunque qui facevo compere per la nuova casa.

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E con questa ultima foto-diapositiva mi mostro (MI significa IO, MOSTRO significa MOSTRO, quindi la traduzione è che sono un mostro, lo so, ma non volevo dire questo), quindi no, VI mostro la vista dalla finestra di casa: il castello di Edimburgo. Uno spettacolo che mi posso godere tutti i giorni dal divano. E che cavolo, una botta di fortuna una volta nella vita ci vuole!

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