Agnellini neri e ritardi (mentali, come sempre)

Non so come ci riesco ma sto diventando una maga del ritardo. E pensare che nella vita sono sempre puntuale. E no, non sto lì a guardare l’orologio sul cellulare pronta a saltare alla gola del povero malcapitato di turno che arriva con 3 minuti di ritardo. No. Che anche se sono una persona asociale io le conosco le regole della convivenza civile, quindi faccio finta di niente e alla frase “Oh scusa, sono in ritardo di 45 minuti” io sorrido e rispondo “Ma no, non fa niente, sono arrivata 5 minuti fa”. Ovviamente ero arrivata 55 minuti prima. La serata con il malcapitato di turno passa tranquillamente, poi arrivo a casa da Mr Geom, che si becca tutte le mie paranoie mentali (del resto mi ha scelta, quindi ormai mi tiene, la garanzia è scaduta ormai quasi 5 anni fa e non può più sostituirmi).

Ecco, sono come questa simpatica tipa qui di fianco, identica identica. E molto simpaticamente inizio ad inveire contro il signor PoveroMalcapitato con espressioni molto gentili che comprendono “lo accetterò al più presto”, “ho aspettato al freddo e al gelo per 2 ore e mezzo” (anche se erano 5 minuti in pieno agosto), “la gente non sa stare al mondo”, “la prossima volta gli regalo l’orologio del cappellaio matto, ma il burro, la marmellata, la senape, il succo di limone e la martellata glieli do tutti insieme in testa”. Proseguo in questo modo per circa mezzora, ritirando fuori episodi di vita vissuta che risalgono al cretacico superiore, di quando avevo “quell’appuntamento con T-Rex, ti ricordi, vero, ci eravamo dati appuntamento in quel ristorantino che avevano aperto da poco dove servivano carogne al sangue, e quel dinosauro dalle braccia corte è arrivato con bel 7 minuti di ritardo. Ma come ha osato?? Manco fosse un dinosauro estinto!” (come se ci fossero dinosauri non estinti).

Il punto é: come sono arrivata a cercare “T-Rex” su Wikipedia per sapere in che era geologica fosse vissuto? Non lo sapremo mai.

Sarà la polvere che ho avuto dentro casa questi giorni che mi dà alla testa (della serie: come trovare scuse per giustificare la propria idiozia, sono sempre molto creativa in questo tipo di arte). Ma torniamo a noi. Mi sono messa a scrivere il post con l’idea di parlarvi di un dolcetto che ho fatto nel periodo di Pasqua… ahhhh si, ora ricordo tutto. Volevo dire che sono in ritardo con i post! Ma davvero ho scritto una ventina di righe solo per esprimere il concetto del ritardo? Evidentemente si, sono irrecuperabile.

Dolce, Pasqua, agnellini. Sono tutti bianchi gli agnellini e allora io l’ho fatto nero. In realtà non posso nemmeno lasciarvi la ricetta, perché era un preparato che avevo comprato in quel magnifico paese che è l’Austria (ogni volta che ci ripenso sbatto la testa al muro e mi chiedo “Perché sei tornata in Italia, stupida di una frau Fra?”). Però l’idea è abbastanza semplice.

Si tratta di fare una qualsiasi torta al cioccolato e poi scavarla in modo da avere il posto per adagiarci delle banane tagliate a metà nel senso della lunghezza (quindi si devono anche lasciare dei bordi più alti). Poi si ricopre tutto con della panna (volendo si possono aggiungere dei pezzetti di cioccolata) facendo una cupoletta e si ricopre la cupoletta con le briciole del pezzo della torta al cioccolato che avete ovviamente tenuto da parte quando avete scavato il lettuccio per le banane. E via, è fatta. La faccia dell’agnellino l’ho fatta con del cioccolato (bianco, rosa e fondente) che ho sciolto e poi usato per disegnare sulla carta forno. Una volta indurito è pronto. Non vi sto tanto a spiegare perché è più semplice da fare che da dire, ma se potesse servire a qualcuno (ne dubito) non mi tirerò certo indietro e scriverò un post di ottomilamilioni di righe sulla preparazione della faccia-agnellinosa.

Ed ora, starei qui altre ore a sproloquiare su cose a caso, ma vi lascio con queste foto tratte dalla mia Pasqua (il panettone fa proprio Pasqua, sisi):

questa sono io che, con la mia forza sovraumana, non riesco a rompere un uovo di cioccolato…

Un’ultima immagine del dolce “Agnellino nero”

E per rovinarvi del tutto la giornata vi beccate anche una mia foto idiota. Adesso vado a cena che dopo mi aspetta del gelato gratis!

Advertisements

Pasta con germogli di soia e vongole e Buon 25 aprile

Mentre tutti oggi si staranno godendo il bel tempo in qualche prato verde con contorno di mucche, io come sempre sono l’asocialità in persona. Gli unici esseri viventi con cui mi relazionerò oggi saranno i gattacci e qualche zanzara che ha deciso di farla finita con la sua vita e si poserà, conscia della sua imminente fine, su uno dei muri di casa mia. Dopo l’estate mi toccherà passare una mano di vernice bianca per coprire le macchie rosse. E mi piace quel “mi toccherà” che ho scritto, come se fossi davvero io a inforcare pennello e vernice e a ridipingere un muro.

Insomma, anche Mr Geom mi ha abbandonata oggi, appunto per aiutarmi in questo progetto che sto portando avanti da un pò, l’asocialità come stile di vita. Che mi riesce facile come mangiare polente ai 7 formaggi e 8 salsicce, dato che avere un libro da studio parato davanti per 16 ore al giorno non è che attiri tutte queste persone.

In tutto questo, non dimentichiamoci che l’estate è alle porte, o almeno così dicono, perché io non esco di casa da tre giorni. E allora cosa c’è di meglio se non continuare con la mia nuova rubrica, la Diet-zone? Questa ricetta è semplice, ma così semplice che se vi scrivo il titolo non c’è nemmeno bisogno di spiegarvi il procedimento, perché sta tutto lì. E stavolta l’ho presa pari pari dalle ricette di Perdipeso, senza cambiarla di una virgola, perché mi sembrava perfetta già così. E devo ammetterlo, anche perché io la pasta con i sughi in bianco non la faccio mai. Penso che sarei in grado anche di fare una carbonara red-version. A casa mia non devono mai mancare profumini da spruzzare ovunque e bancali di passata/pelati/pomodori. Tanto per rimanere in tema, domani dovrei andare alla fiera dei fiori che c’è ogni anno qui in centro a Ancona e cosa comprerò secondo voi? Piante di pomodoro. Che per inciso sono le uniche che di solito riesco a far crescere (se ci fosse il WWF delle piante a quest’ora sarei nella loro lista nera al numero 1, segnalata come: la donna che compra ottomila piante all’anno e le uccide tutte).

Dicevo? Ah si, la pasta dietetica. Come sono arrivata a parlare delle piante di pomodoro? Ah si, sughi bianchi e rossi, ora ricordo! Quindi, nella pasta io ci butto sempre un litro di passata, in modo da far venire una specie di zuppetta di fusilli/zuppetta di farfalle (povere farfalle)/zuppetta di mezze penne rigate. Per questo mi sono affidata totalmente alla ricetta del giornale, perché fosse stato per me avrei aggiunto quel barattolo di pelati che stava in dispensa a chiedersi “Che fa questa, non mi usa? Perché? Perchèèèèè? La mia vita è inutile…“. Ecco si, provoco crisi esistenziali ai poveri pelati se non li uso almeno una volta al giorno.

Arriverò mai al punto? Domanda che mi ripeto ad ogni post e la risposta è no, non ci arrivo. Insomma, la pasta era buona, era dietetica, le vongole e i germogli di soia non ci avrei mai pensato ad abbinarli insieme, invece funzionano. Certo, nella versione rossa sarebbe stato tutto un pò più sugoso (ma va?), però ogni tanto è bello sentire i sapori delle cose senza che siano coperti dal pomodoro. Gira e rigira quello che volevo dire è: provatela. E’ buona!

Ahhh si, un cambiamento l’ho fatto dalla ricetta originale! Dovevo metterci la curcuma, ma non l’ho trovata. Avevo pensato di sostituirla con un pò di zafferano ma a casa non ce l’avevo. Poi vabbè, 2 giorni dopo ho sistemato il contenitore delle spezie e è uscito fuori un barattolino pieno di pistilli di zafferano, ma questo ve lo dico solo come prova del fatto che sono proprio rincoglionita in questo periodo (solo in questo periodo? Mmmmm…)

PASTA CON GERMOGLI DI SOIA E VONGOLE

Ingredienti (per 2 persone): 1 scalogno, 100 g di germogli di soia, 1 confezione di vongole surgelate (senza guscio, ma se volete usate quelle che volete), 1 spicchio d’aglio, olio, 200 g di pasta (o comunque regolatevi voi in base alle vostre esigenze dietetiche)

In una padella fate appassire lo scalogno tritato con l’olio. Aggiungere uno spicchio d’aglio, i germogli di soia e le vongole e far cuocere finché le vongole non si siano scongelate e non si sia riassorbita tutta l’acqua. Nel frattempo cuocete la pasta, scolatela e conditela con il sugo (io la faccio sempre stare un altro minutino a cuocere con il sugo, per farla insaporire bene). Servire e mangiare!


A parte questa ricetta, volevo anche farvi vedere questa zuppetta comprata alla Lidl. Il problema è che me ne sono mangiate parecchie di queste zuppette, prese quando c’era la settimana orientale, e non mi ricordo più quale fosse il sapore di questa in particolare. Sono pessima, si.

Torte cioccolatose e adesso vado a dormire

Post veloce veloce superveloce che in questo periodo non ho tempo nemmeno di respirare. E devo ammettere che non mi succedeva da un sacco di tempo. Ormai avevo dimenticato cosa significa alzarsi alle 7, correre a lezione, studiare in ogni minuto libero, tenere la forchetta per mangiare in una mano e la matita per sottolineare nell’altra (linee drittissime fatte con la sinistra, io che potrei pure amputarmela la mano sinistra per quanto mi è utile), correre a casa, leggere, studiare, leggere.

Non mi sono gustata nemmeno Masterchef Junior perché dovevo pure stirare montagne di vestiti. Ho già detto al Mr Geom che da adesso in poi è pregato di indossare le sue mutande per una settimana di seguito e i calzetti per un mese. Poi se uno dei due è sporco e l’altro no, dovrà sostituirne solo uno. Che qui mica c’è più tempo per fare lavatrici ogni 3 giorni. Al massimo alla sera si toglierà i vestiti e li metterà di fuori a prendere aria, ma una cosa è certa. Niente lavatrici fino a giugno.

Purtroppo per me e fortunatamente per chi legge, quando studio divento stranamente una donna di poche parole. Non è proprio esatto, nel senso che le parole ci sono anche ma sono sempre le stesse. Per dirne una, non mi coso del coso dei cosi (se avessi ancora un cervello con dello spazio a disposizione avrei detto “non mi avvalgo del dizionario dei sinonimi”, ma no, non c’è spazio, è tutto occupato, quindi i miei post da adesso in poi saranno pieni di cosi di cose cosate), come faccio di solito. Lo trovo un ottimo modo per imparare nuove parole. Ma come dicevo, per ora devo concentrarmi e ricordarmi altre cose, tipo fasci spinocervicotalamici, movimenti saccadici e recettori NMDA, non c’è proprio spazio per termini normali. Per esempio, di solito quando è ora di mangiare esordisco con un “Mr Geom, facciamo dei fusilli con la passata di pomodoro rustica, lo scalogno e il prosciutto di Parma che sta in frigo”. Adesso dico: “cibo”. Ho anche escogitato dei pranzi superveloci da portare all’università: prendo il vasetto con le lenticchie già cotte, le scaravento in un portapranzo con dei pomodorini e via. ovviamente il tutto fatto gentilmente da Mr Geom, che se fosse per me metterei nella busta da pranzo direttamente il barattolo senza nemmeno aprirlo e i pomodorini interi. Poi butterei un pò d’olio nella busta e agiterei per condire il tutto. Mmm che bontà.

Eh vabbè, mi sono dilungata anche troppo. A dire la verità non so se quello che ho scritto abbia un senso, ma penso che non ce l’abbia mai, quindi è tutto apposto. Vi lascio con una ricetta fatta nei bei tempi in cui avevo ancora 5 minuti da dedicare alla preparazione di un dolce (butta farina di quà, rompi uova di là e lancia pezzi di burro sopra a tutto il resto). E’ una semplice torta al cioccolato, che ho un pò arricchito bagnandola con l’Alchermes (si scrive così? Non lo so e non ho tempo di andarlo a cercare. Una volta però l’avevo cercato. Non fatelo. Se vedete da dove estraggono quel colorante vi verrà da vomitare e non lo userete mai più. Ah certo, io continuo a usarlo, ma io sono una persona perfida e insensibile. Cosa sto dicendo? Non lo so nemmeno io, il sonno mi sta sopraffacendo. Ma si dice sopraffacendo? Ok, il sonno si sta impossessando di me. Il mio fattore omeostatico è giunto a livelli al di sopra della soglia. Ma perché scrivo cose che posso capire solo io? Non lo so. Oggi non so niente. Basta, è ora di dormire che non acchiappo più nemmeno nei tasti e sono già 10 volte che ho dovuto riscrivere la frase perché mi mancavano i pezzi). Ah si, il dolce è preso da un libro che si chiama “Cioccolato che passione”, io ho aggiunto solo il nettare rosso di quegli strani animaletti di cui vi parlavo prima. O forse non l’ho fatto. Ormai sono nel mondo dei sogni, buonanotte.

TORTA AL CIOCCOLATO E ALCHERMES

Ingredienti per il dolce (per uno stampo tondo di 18-20 cm): 115 g di cioccolato fondente, 45 ml di latte, 150 g di burro ammorbidito, 150 g di zucchero, 3 uova, 200 g di farina, una bustina (circa) di lievito, 1 cucchiaio di cacao, zucchero a velo, alchermes per bagnare. Ingredienti per la crema al burro: 75 di burro ammorbidito, 175 g di zucchero a velo, 1 cucchiaio di cacao, vaniglia, 2-3 cucchiai di latte (facoltativo)

Imburrare e infarinare lo stampo. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato e il latte e mettere da parte. Amalgamare il burro e lo zucchero in una ciotola e aggiungere le uova, una alla volta. Mescolare fino a che non diventa tutto omogeneo. Setacciare dentro la ciotola la farina, il lievito e il cacao, mescolare e aggiungere il cioccolato e il latte sciolti a bagnomaria. Dividere l’impasto in due e metterne una metà nello stampo. Cuocere in forno a 180°C per 35-40 minuti, poi mettere a raffreddare sopra a una gratella. Ripetere con l’altra metà dell’impasto.

Preparare la crema al burro: versare tutti gli ingredienti in una ciotola e sbattere con lo sbattitore fino ad ottenere una consistenza spalmabile (io ho aggiunto un pochino di latte per rendere tutto più morbido).

Bagnare la superficie di una delle due torte con l’Alchermes, spalmare la crema al burro e coprire con la seconda torta (io ho bagnato anche la parte inferiore della seconda torta, ormai ero entrata in piena frenesia Alchermes. Mi ricordo di averne versato un bel pò direttamente dalla bottiglia…) e alla fine spolverare con lo zucchero a velo.


Non contenta, con gli avanzi del dolce (cioè, i pezzetti che avevo tolto per livellare gli strati) ci ho fatto queste palline semplicemente impastando le briciole con il rum (che qui siamo tutti ubriaconi, io e i peluche intendo) e poi versandoci sopra del cioccolato fondente. Buonissimi, semplicemente buonissimi.

Dieta-zone: Insalata di spinacini con prugne e olive nere

Altra rubrica, altra ricetta. Ormai ho deciso di assecondare tutte le manie che mi vengono in mente e mi sono accorta che mancava una rubrica per chi sta a dieta. Forse perché il cibo dietetico di solito mi fa abbastanza schifo. Ma poi mi accorgo che in realtà è solo perché sono assuefatta dal sapore lardelloso di tutto quello che mangio di solito, mentre ogni tanto è bello riscoprire sapori semplici.

Questa rubrica sarà in realtà una rubrica FAST, nel senso che non starò tanto a blaterare. Poi anche le ricette saranno semplici semplici, in pratica non ci sarebbe nemmeno da scrivere il procedimento perché il titolo dice già tutto.

Le ricette della dieta-zone le rielaboro prendendo come spunto il giornale Perdipeso, trovo sempre giusto citare le fonti anche se non copio parola per parola quello che trovo scritto.

Adesso che ci penso questa rubrica capita proprio a fagiuolo dato che l’estate è alle porte e la prova costume affligge molte di noi (a me no perché io al mare non ci vado, ci tengo alla mia carnagione da giapponesina bianca). Quindi bando alle ciancie, eccovi una bella insalatina, apprezzata anche da me che le insalate le odio e, cosa da non sottovalutare, finita anche da Mr Geom che odia frutta, verdura e olive! E’ abbastanza particolare, almeno per me che non sono solita fare questi accostamenti frutta-verdura e dolce-salato, ma devo dire che nel complesso mi ha proprio convinta! Una delle prime volta che mi è proprio piaciuto mangiare un’insalata!

INSALATA DI SPINACINI, PRUGNE E OLIVE NERE

Ingredienti (per 2 contorni o per una insalatona): un paio di belle manciate di spinacini, una prugna, una decina di olive nere denocciolate, uno spicchio di limone, olio, pepe

Lavare e asciugare gli spinacini e adagiarli in un bel piatto (che fa sempre scena). Lavare la prugna, tagliarla a pezzetti e metterla sopra agli spinacini. Aggiungere le olive tagliate a rondelle. Spruzzare con il succo di limone, olio e alla fine una bella passata di pepe.

Cinericette: blateramenti, frittatone di cipolle e rutti liberi

Prendendo una pausa dalla stesura del romanzo che mi porterà sicuramente a prendere il premio Nobel per la letterautura (che non si dica mai che io punti troppo in basso nella vita), andiamo avanti con qualcosa molto più alla mia portata: Fantozzi.

Avevo anticipato da qualche parte (forse, sempre che le i miei neuroni colinergici siano ben funzionanti e la loro degenerazione non mi stia portando inesorabilmente verso l’Alzheimer conclamato (devo ammettere di avere una notevole capacità di scrivere idiozie e nel frattempo ripassare per l’esame che sto preparando, non è mica da tutti)) che non mi bastava blaterare su ricette inventate da me quando sono svogliata o copiare le ricette da altri, provare tutte le ricette di Jamie Oliver, provare prodotti che trovo in giro, sfidare Nigella (perdendo inesorabilmente ogni volta) e scrivere il romanzo destinato ad allietare (leggi: affliggere, addolorare, angustiare e deprimere (si vede che uso il dizionario dei sinonimi e dei contrari?)) le vostre più tetre giornate, NO! Io dovevo trovare altri modi per costringermi a pubblicare di più, sempre di più, su questo blog letto da non più di mezza persona.

Solita pappardella per introdurre una nuova rubrica: le Cinericette. E che è? In pratica sono io che guardo un film, vedo cosa cucinano e ve lo ripropongo. E se guardo un film dove non si cucina niente? Distruggerò la mia copia del film, andrò ad Holliwood e darò fuoco alla pellicola in questione. Un film dove non c’è nessun tipo di cibo non ha alcuna ragione di esistere al mondo. E’ anche poco credibile, no? In 2 ore di film vuoi che almeno uno dei personaggi non sia colto da improvvisa voglia di un piatto di pasta? Al massimo se non ha voglia di cucinare potrebbe sempre andare a farsi un Big Mac da Mc Donald. Cosa sto dicendo? Non lo so nemmeno io, quindi rimaniamo con la nostra (nostra di chi??) consueta calma.

(notare le due differenti espressioni del neraccio)

E andiamo subito al film in questione: IL SECONDO TRAGICO FANTOZZI. Non ho saltato il primo, è solo che… Allora, in pratica io sono una pazza maniaca, che quando si mette in testa una cosa non riesce a fare le cose a casaccio, no! Io devo avere un punto di inizio. Siccome la mia cultura cinematografica fa letteralmente schifo, mi sono detta, alzando il pugno al cielo con faccia di sfida: “Inizierò a guardare i film dagli albori della storia del cinema!”. Sono andata su Mymovies e iniziava con i film del 1800 e qualcosa e per ogni anno c’erano 100-200 film. Ho capito che era una pazzia (ogni tanto mi rendo conto anche da sola, si), quindi ho deciso che avrei visto solo i film che in qualche modo potessero interessarmi, seguendo comunque la data di uscita. Il primo che mi sembrava “interessante” era “ La corazzata Potëmkin”.

Ora, chiunque abbia intorno ai 30 anni e abbia avuto un’infanzia decente, NON PUO’ non associare questo titolo a Fantozzi. E siccome nel frattempo mi sono accorta che su un altro sito (Cinema Del Silenzio) c’era una bella sezione dedicata alla storia del cinema con tanto di film consigliati, e avevdo visto che io con la corazzata ero già passata al 1925 mentre lì il primo consigliato risaliva al 1914, ho deciso di rivedere tutti i miei piani e ricominciare con il film del 1914. Però nel frattempo mi era venuta voglia di rivedere Fantozzi, quindi diciamo che prenderò questo film come presentazione al mio nuovo progetto.

Giuro che se qualcuno mi ha seguito fino a qui nel ragionamento, può lasciarmi un commento, verrà ricontattato e, se mi darà il suo indirizzo di casa, riceverà un biglietto di congratulazioni.

Davvero eh, perché capisco che il dono della sinteticità non mi è stato dato (le mie tre fatine probabilmente erano occupate a giocare a scala quaranta quel giorno e non mi hanno dato né bellezza, né intelligenza, fortuna l’ultima che mi ha salvata dalla puntura con il fuso dell’arcolaio dei 18 anni. Ma probabilmente doveva esserci una quarta fatina che doveva darmi il dono della sinteticità che però a quanto pare è stata trattenuta dalle altre due in questo famoso torneo di carte. E vabbè, son cose che capitano.

E veniamo a noi, con il film di Fantozzi (il secondo quindi, non il primo). Giusto per presentazione al mio nuovo progetto, vi lascio la ricetta della famosa “frittatone di cipolle”, che andrebbe abbinata con Peroni ghiacciata e rutto libero.

Non vi sto più di tanto a parlare del film, sia perché, come ho già scritto, si tratta semplicemente di una presentazione del progetto, sia perché se non lo avete ancora visto non basta il racconto, DOVETE guardarlo. SUBITO!

FRITTATONA DI CIPOLLE

Ingredienti: 2 cipolle, mezzo bicchiere di vino, 4 uova, sale e pepe, olio

Scaldare un po’ di olio in una padella e aggiungere le cipolle tagliate a fettine. Lasciar cuocere a fuoco basso fino a che le cipolle non siano diventate morbide, alzare il fuoco, versare il vino e lasciar sfumare fino a che non sia evaporato quasi del tutto . A parte sbattere leggermente le uova con sale e pepe e aggiungerle nella padella con le cipolle. Amalgamare brevemente il tutto, abbassare la fiamma, mettere il coperchio e lasciar cuocere una decina di minuti, controllando di tanto in tanto che il fondo non si bruci. Quando anche la parte sopra risulterà cotta, è ora di impiattare. Staccare delicatamente la frittatona dal fondo della pentola, cercando di non romperla e capovolgerla su un piatto. Io poi l’ho ricapovolta su un altro piatto per avere la parte più sbruciacchiatina di sotto. E mi raccomando, rutto libero!

Sachiko e il vortice di musica (post-introduzione)

Il regalo che Sachiko scartó per ultimo era un piccolo libretto, a fumetti, con l’immagine disegnata di un uomo. Sachiko era sicura di sapere chi fosse, magari l’aveva incontrato in un’altra vita. Posó distrattamente il libretto da una parte e non ci pensó più.

La stessa notte si sveglió all’improvviso: Kurt Cobain! Ecco di chi era quell’immagine! Come aveva fatto a dimenticarlo? Come aveva potuto non riconoscere quell’uomo che con la sua voce aveva riempito le sue giornate solitarie quindici anni prima? Corse subito a cercare il libretto, lo aprì e dentro trovó una dedica: “Alla mia migliore amica, che tu possa ancora farti travolgere da tutte le passioni della vita, come una volta ci facevamo travolgere dalle note della musica, perdendoci nella voce di Kurt. Cristina“.

Sachiko non ci pensó due volte, accese il computer e fece partire il cd dei Nirvana, andando subito alla sua canzone preferita.

Da quella notte Sachiko scoprì che poteva viaggiare nel tempo.

(a presto con il capitolo 1!)

 

Sachiko e il vortice di musica (Introduzione)

Sachiko era una bambina. Bè, a dire il vero non era proprio una bambina, ma lei pensava a se stessa ancora in quel modo ed era sicura che tanti intorno a lei pensassero la stessa cosa. In realtà era un po’ cresciutella perché aveva 30 anni, compiuti poco poco fa. 

Non era una bambina prodigio, non era una bambina speciale, non era nè alta nè bassa, nè grassa nè magra, nè mora nè bionda, nè stupida nè intelligente, nè brava nè cattiva. Era una bambina normale. Viveva una vita tranquilla, ma nè troppo tranquilla nè troppo poco tranquilla, il giusto. Aveva avuto un’infanzia normale, ma nè troppo normale nè troppo poco normale, il giusto. 

Però era sempre stata una bambina solitaria, forse perché viveva in Italia e si chiamava Sachiko, un nome giapponese che nessuno sapeva mai come scrivere e tutti le chiedevano sempre: “Si scrive sacico?” e lei a correggere: “No, SACHIKO”. La madre era una pazza fissata con il Giappone e purtroppo uno dei personaggi del suo secondo manga preferito si chiamava proprio Sachiko. Per fortuna non l’aveva chiamata con il nome del personaggio manga che amava di più al mondo, Mikako. In Italia avrebbe avuto una vita alquanto dura.

Insomma, da piccola Sachiko era una bambina solitaria. Mentre i suoi coetanei uscivano e si divertivano fuori casa, lei rimaneva chiusa nella sua cameretta, immersa tra i suoi peluche, ad ascoltare musica ore e ore, a imparare a memoria le canzoni che le piacevano e a tradurre i testi. Si concedeva una sola uscita a settimana, con la sua amica Cristina, per la quale nutriva una segreta invidia per via del suo nome così normale. Anche Cristina era appassionata di musica, così stavano ore a parlare delle loro scoperte musicali e a cercare di capire il significato di Smells Like Teen Spirit.

Gli anni passarono e la bambina Sachiko inizió a crescere, rimanendo sempre una bambina. Cristina era sempre lì ma come accade spesso, le loro vite si divisero, anche se di tanto in tanto si vedevano ancora per parlare di musica.

La vita andava avanti monotona, ma nè troppo monotona nè troppo poco monotona, il giusto. Sachiko si fece inghiottire dallo studio, voleva diventare un medico. Le giornate passate nella sua cameretta si trasformarono in giornate passate sopra i libri e la sua musica piano piano passó dall’essere la sua passione principale ad un semplice sottofondo, per poi sparire quasi del tutto. 

Arrivó il trentesimo compleanno di Sachiko, che ormai aveva dimenticato quei suoni che le avevano tenuto compagnia per tanti anni. Ormai nemmeno ci pensava più alla musica! Ma tra i vari regali che scartó, ce ne fu uno che le cambió la vita.

(continua…)