Il post che non era un post per una ricetta che non era una ricetta

Oggi aggiornamento veloce, per lasciarvi una ricetta che non è una ricetta. E’ uno di quegli attacchi di fame che ti prendono quando dentro casa hai solo un pacco di farina e una sottiletta e non ti va una sottiletta spolverata nella farina.

Nel mio caso avevo voglia di un dolce, avevo marsh mallows a forma di puffo avanzati da una mousse al cioccolato, un pacco di riso soffiato nella mia riserva supersegreta nascosta nell’amadio (ops, non è più segreta) e avanzi vari in frigo.

Che dolce marsh malloso sia! Le quantità sono proprio a casaccio, perché è stato davvero uno di quei momenti-raptus in cui volano manciate di cose in pentola che non si sa nemmeno da dove arrivano.

DOLCE MARSH MALLOSO

Ingredienti: marsh mallows, riso soffiato, burro

Buttate in una pentola dei marsh mallow (io ne avevo poco più che mezza busta di quelli a forma di puffo) con un pochino di burro e lasciate sciogliere. Non so a voi, ma a me piange il cuore vedere lo scioglimento puffoso, è un dolore atroce. Però è bello vedere le striature bianche e azzurre, quello si. Poi spegnete il fuoco e buttate il riso soffiato. Non so quanto, finché vedete che si amalgama al tutto buttate. Se ne va giù un po’ di più amen, al massimo resterà meno appiccicoso.

Una volta amalgamato tutto potete decidere di prendere una delle due strade seguenti:

1. stendete il tutto in una teglia, mettete in frigo, aspettate che si rassodi e poi tagliate a cubetti, a cuoricino, a stellina o a forma di boccale di birra (perché chi non ha il tagliabiscotti a forma di boccale di birra? Chi?? Io si ovviamente);

2. buttate tutto in un piatto e iniziate a mangiare con un cucchiaino.

Io ho scelto la seconda opzione. Ma se ce la fate, aspettate (e complimenti per l’autocontrollo che io non ho). Poi se uno ha proprio pazienza si può anche decorare con zuccherini o glitter, oppure addirittura con del cioccolato fuso. Io però avevo fame fame fame, ho fatto giusto in tempo a versare a casaccio degli zuccherini che avevo e via, tutto in bocca!

Storie dalle guerre puniche scollegate tra loro (come sempre)

Ricordo ancora gli anni bui in cui andavo al supermercato e non trovavo la salsa di soia. Momenti bui, bui davvero. Quando nominavo la parola “sushi”, la maggior parte della gente mi guardava come se avessi detto sghizziribicchi. Io ero triste e sola in questa mia curiosità verso i cibi esotici. La prima volta che ho assaggiato il sushi non ero in un bel ristorante con le amiche.

Ero a Londra, da sola. Tutti andavano allegramente a mangiare nei ristoranti italiani e io andavo a fare spesa nei supermercati.

Forse da lì avrei già dovuto capire dove mi avrebbe portata la vita. Già da lì avrei dovuto capire che nei miei (rari) viaggi, mentre tutti impazzivano per i musei, le chiese e altre cose del genere, io mi sarei ritrovata da sola a vagare per i supermercati, appostata dietro alle simpatiche vecchiette per vedere cosa compravano, per poi imitarle. Per fortuna è arrivato Mr Geom, che posso sguinzagliare all’inseguimento degli indigeni mentre io faccio finta di niente girovagando per le corsie dei supermercati.

Insomma, ero a Londra, in un supermercato, appunto. Vedo questa vaschetta con scritto sushi, era pure vegetariano. Me lo porto in camera e me lo mangio tutto. Da lì nacque il mio amore per quel cibo così strano, esotico. E per i supermercati.
C’è solo stato un momento in cui io e il sushi abbiamo litigato. Si perché da quel lontano giorno londinese, ho dovuto aspettare lunghi anni prima di riassaporarlo. In Italia la moda non era ancora arrivata, o almeno non qui in Ancona, e probabilmente nemmeno nei dintorni, ma a quell’epoca internet c’era poco poco. Si, eravamo all’epoca delle guerre puniche, quando di nascosto da mio padre azionavo il modem 56k, sperando che lui dormisse profondamente e non sentisse l’indistinguibile rumore che solo noi vissuti all’epoca delle guerre tra i romani e i cartaginesi possiamo ricordare. Oh, io devo vergognarmi, mi ricordo anche il DOS. L’interfaccia Windows è stata una svolta, provate voi a destreggiarvi con tutti quei comandi tipo C: blalba, o D: blablabla/princeofpersia, D: blablabla/monkeyisland1. Giochi veri, quelli. Monkey Island teneva sveglia tutta la famiglia, dovevamo assolutamente capire con che insulto rispondere alla frase “Se tuo fratello ti assomiglia, meglio sposare un maiale”. Io rispondevo “Tu sei la gomma, io la colla” e immancabilmente perdevo. Non capisco perché, mi sembrava un insulto così ben fatto.

Ma come sono finita a parlare di cancelleria? Un attimo che rileggo le ultime righe per vedere cosa stavo dicendo… Forse è meglio che riprendo un attimo dall’inizio…

Ahhh, si, ecco. Allora, non si trovava il sushi nemmeno a pagarlo 30 mila dobloni d’oro, però nei miei amati supermercati erano infine giunte le scatole per prepararlo in casa. Strafelice ne compro una, preparo tutto e poi. Poi arriva in momento in cui diceva “inumidire l’alga”. E lì si sprigionò una puzza di mare che nemmeno i pirati di Monkey Island strafatti di grog avrebbero potuto resistere senza fare harakiri con le loro sciabole. Ho buttato via tutto e non ho più parlato di sushi per altri anni.

Poi c’è stata la riappacificazione, e per farmi perdonare di quell’unica volta che avevo insultato la povera alga ho deciso di andare direttamente in un ristorante. Da stolta quale ero (e sono), non avevo ancora idea di cosa fosse il wasabi. Il cameriere che fa? Porta la ciotolina con la salsa di soia e un piattino con una cosa verde. Giustamente. E io che faccio? Mi dico: “Sarà una salsetta da antipasto, adesso sfodero tutta la mia bravura con le bacchette, la prendo e me la mangio”. E così ho fatto. Anzi, peggio, dato che questa bella salsetta verde era stata portata con la salsa di soia, io, sempre per sfoderare tutta la mia conoscenza superiore in ambito giappico, la prendo con le bacchette, la intingo nella salsa di soia e me la mangio in un sol boccone.

Non c’è bisogno che vi stia a descrivere la reazione, chiunque abbia assaggiato un cucchiaino di wasabi intero potrà capirmi (quindi nessuno sano di mente).

E così nacque il mio amore per il wasabi. Perché sì, era stato un incontro travolgente. E rinacque anche il mio amore per il sushi. E da lì non ci siamo più lasciati.

Adesso, chiunque abbia più di 3 neuroni collegati tra loro da sinapsi funzionanti, si sentirà un pochino spiazzato dal fatto che la ricetta di cui volevo parlarvi oggi, sin dall’inizio del post, sono le girelle alla salsiccia piccante. Che con il sushi c’entrano come il sole e il coniglio di polvere che staziona dietro il mio divano da mesi e che nessuno vuole togliere per paura di essere morso, e che anzi nutriamo quotidianamente a suon di carote polverose. Ma siate fiduciosi, un collegamento c’è. In realtà la ricetta originale era questa e prevedeva la ‘nduja. Io ho girato tutti i supermercati di qui e non l’ho trovata. Ora mi chiedo: per quale motivo al mondo se vado all’Auchan trovo salsa di soia, sake e zuppa di miso, ma non trovo la ‘nduja? Non oso pensare cosa pensassero le persone che vedevano una pazza che toccava tutti i salami del reparto salameria ripetendo ad alta voce “Ma questo lo potrò usare come sostituto? E questo? Ma poi com’è fatta la ‘nduja? Io non l’ho mai mangiata!”.

Alla fine sono giunta alla soluzione: salsiccia + paprika + peperoncino. Come dicevo non ho la minima idea di cosa sa la ‘nduja, ma il risultato è stato ottimo e apprezzato, quindi eccovi queste girelle! La ricetta la copio pari pari dal sito dove l’ho preso, modificando solo la parte della ‘nduja. Inutile dire che se voi ce l’avete a portata di supermercato fate prima a comprarla, ma anche la versione salsiccesca non è male per niente e più che altro vi permette di dosare il piccante come volete (io lo amo, infatti la prossima volta metterò più peperoncino!).

GIRELLE ALLA SALSICCIA PICCANTE

Ingredienti: 500 g di farina 0, 300 g di acqua, 15 g lievito di birra (io ho usato una bustina di quello secco), 200 g di burro, 10 g di sale, 2 salsicce, mezzo peperoncino, paprika e peperoncino in polvere in grande quantità, olio.

Preparare un impasto con la farina, l’acqua e il lievito, e lavorarlo fino a che non raggiunge una consistenza elastica ed omogenea (al limite aggiungere qualcosa di farina o di acqua se occorre). Far riposare in una ciotola unta di olio per circa 20 minuti.
Nel frattempo preparare la salsiccia piccante: mettere le salsicce (senza il budello) in una ciotola. Tritare finemente il peperoncino (io ho tolto quasi tutti i semini) e aggiungerlo alla salsiccia, insieme anche a paprika e peperoncino in polvere. Per la quantità bisogna regolarsi in base alla propria resistenza piccantesca (io ne ho abbastanza e quindi ho abbondato, ma poi dipende anche dal tipo di peperoncino e paprika che si usa, quindi vi consiglio di iniziare con poco, assaggiare e in caso aggiungere). Alla fine aggiungere un paio di cucchiai di olio e amalgamare.
Riprendere l’impasto della pasta e stenderlo a forma di rettangolo (circa 40 x 30 cm). Spolverizzare il burro freddo con poca farina e appiattirlo con il mattarello (mettendolo tra due fogli di carta da forno) fino ad ottenere un rettangolo di circa 20 x 30 cm. Porlo poi su metà del rettangolo di pasta, chiudere questa sul burro a portafoglio, sigillando i bordi con le dita, stendere con il mattarello e ripiegare la sfoglia in tre (di nuovo a portafoglio ma in tre parti), farle fare un giro di 90 gradi, stenderla nuovamente e ripiegarla di nuovo a portafoglio in tre parti, poi ripetere la stenditura e la chiusura a portafoglio un’altra volta.
Una volta finiti i giri di sfoglia formare un rettangolo di circa 50 x 30 cm e distribuirvi sopra la salsiccia piccante. Arrotolare partendo da uno dei lati corti e tagliare a rondelle di circa 2 cm di spessore.
Disporre su carta da forno su una teglia e distanziarle l’una dall’altra. Lasciar lievitare fino al raddoppio del volume.
Cuocere in forno già caldo a 180°C per 25-30 minuti.


Alla fine mi sono accorta che nelle estremità di salsiccia non ce n’era quasi per niente, quindi per non cuocere dei pezzi di pasta sfoglia senza niente e per non buttare via i due culetti (odio gli sprechi), ho avvolto le due girelle con qualche fetta di guanciale e ci ho infilzato uno stecchino. Sono venuti fuori degli ottimi mordi mordi!

Polli ovunque

Giusto perché non ho altro da fare e perché già di progetti qui nel blog (e nella mia testa, dove c’è spazio a volontà) ne ho in quantità, ho deciso di partire anche con un altro. C’è anche la molto probabile possibilità che nessuno si sia accorto dei miei progetti culinari, in tal caso ve li enuncio (parola dotta del giorno):

1. Cooking mit Frau Fra, cioè ricette prese qua e là, più o meno rilaborate
2. Kawaii Food, cioè ricette con faccette o cose simili, insomma dai, quelle pucciose
3. Fra cooks Jamie, cioè Fra cucina Jamie Oliver in 30 minuti: avvolgere Jamie in un cartoccio gigante, infilarlo in forno (già caldo, mi raccomando) e cuocere per 30 minuti esatti

E adesso arriva il numero 4:

4. Nigella vs Frau Fra, cioè Nigella si presenta a casa mia con una spada laser e ingaggiamo una lotta all’ultimo morso di pollo fritto rimasto in frigo. E’ dura stabilire chi vincerà.

Poi ok, vi annuncio già che sta arrivando anche il progetto numero 5, ma faccio la misteriosa e non svelo niente… Firulì firulà…

Nigella è un mito per me. A parte che è stupendissima, ma poi guardare i suoi programmi è come concedersi una coccola. Che finisce per farti alzare, avvolgere un panetto di burro nel lardo e friggerlo nello strutto. Ogni volta mi chiedo come fa a mantenersi con quella linea invidiabile se mangia davvero quello che cucina. Già da tempo ho 3 dei suoi libri, due dei quali comprati in libreria, l’altro su Amazon.co.uk, che ti salva la vita quando vorresti suicidarti perché passi le giornate a chiederti “Ma perchè non vendono tutti i libri di Nigella in Italia?”. Motivi seri per cui tagliarsi le vene insomma, non come quelle che lo fanno perché uno dei One Direction ha lasciato il gruppo. Di ricette della dea super dea della cucina ne ho già provate parecchie e non mi hanno MAI, MAI, MAI delusa. Anche se il mio mito incontrastato rimane Jamie, Nigella ha un fascino particolare su di me. Cioè, la cucina di Jamie è quella che mi piacerebbe fare, quella di Nigella è quella che faccio già tutti i giorni. Le ricette di Jamie sono semplici, si, ma la maggior parte delle volte presuppongono l’uscire di casa, andare a comprare cose costose (carne dal macellaio, frutta dal fruttivendolo, pesce dal pescivendolo, farina dal farinivendolo, ecc) perché bè, è su quello che si basa la sua cucina: materie prime eccellenti.

Le ricette di Nigella non è che si fanno con la spazzatura, ovvio, ma ecco, se vado a comprare il pollo all’Auchan mi fa sentire meno in colpa. O se uso il cioccolato fondente del meno caro mi sento lo stesso di non andare contro i suoi principi, mentre per una ricetta di Jamie prenderei come minimo il cioccolato della Lindt.

Solita premessa chilometrica e non sono ancora arrivata al punto: nuova rubrica, Nigella vs Frau Fra! Ho comprato (sempre su Amazon.co.uk, maledette librerie italiane!) il primo libro di Nigella, How to Eat e, piano piano, farò le sue ricette, provandole una volta nella sua versione e poi in una rielaborata da me. Chi vincerà? Nigella, ovviamente, nemmeno a dirlo.

Per correttezza vi lascerò solo la mia versione completa, mentre delle sua vi farò solo un riassunto.

Quindi, rullo di tamburi, la prima ricetta è….

Il pollo arrosto.

E ti pareva, in ogni cavolo di libro di cucina c’è la ricetta di sto benedetto pollo arrosto. Fiumi di polli saranno stati immolati nella speranza di ottenere la ricetta perfetta del pollo arrosto, quando si sa benissimo che c’è solo una cosa da fare: affogare il pollo nell’olio, lanciarlo nel forno finché non è cotto. Ecco, in un mio ipotetico futuro libro di ricette questa sarebbe davvero la più corta.

Ma, pollo dopo pollo, mi sono accorta che dei piccoli accorgimenti non fanno proprio la differenza, ma comunque danno un aiuto. L’unica genialata sul pollo arrosto che ho letto l’ho imparata da Jamie, quella di staccare la pelle dal petto e infilarci delle fette di pancetta, prima di cuocere il pollo. Vabbè, Jamie non usava questa tecnica per la pancetta, ma per metterci delle foglie di non ricordo quale erba, ma questi sono dettagli…

Da Nigella ho imparato altri trucchetti. Il primo è quello di cuocere il pollo al contrario, cioè con il petto ingiù, così (lei dice) i succhi vanno verso il petto che diventa più tenero. Il secondo è quasi paragonabile alla genialata delle fette di pancetta sottopelle (alla faccia di quelli che si fanno quelle specie di piercing sotto pelle. Dite che me la impiantano una fetta di pancetta sollo la pelle del polso? Così, giusto per avere un profumo tutto mio di “Acqua di Bacon”). Nigella diceva semplicemente di mettere a cuocere insieme al pollo, così buttati nella stessa teglia, una ventina di scalogni interi, senza togliere la buccia. Io ero molto scettica, quindi ne ho messi solo 4 pensando “tanto poi chi se li mangia sti cosi cipollosi?”. E come al solito mi sbagliavo. Sono MERAVIGLIOSI. Li tieni fermi da una parte, li schiacci con la forchetta e fai uscire il dentro dello scalogno, morbido e delicato, una bontà. Ormai diventerà un must nelle mie cene pollo-arrostose.

Per il resto, la sua era una versione molto classica, pollo condito con olio e sale, con la salsetta gravy fatta con i succhi rimasti nella teglia, scalogni e una testa d’aglio messi a cuocere con il pollo, e patate arrosto.

Due giorni dopo non mi riandava di fare lo stesso pollo quasi identico, così ho fatto una versione per certi versi ancora più semplice (ne avevo mangiato talmente tanto la prima volta che stavo quasi giurando a me stessa che non avrei mai più in vita mia toccato nemmeno una piuma del pennuto). E’ una versione al miele, che non è che si sente molto ma, secondo gli ospiti, dava una nota dolciastra. Io che mi vanto con i miei peluche di avere un palato sopraffino l’ho percepita solo dopo che me l’hanno fatto notare…

POLLO AL MIELE

INGREDIENTI: 1 pollo, 3-4 cucchiai di miele liquido, olio, sale e pepe

Il pollo era quello dell’Auchan, già bello spennato e pulito con bagnoschiuma e shampo Johnson’s Baby, Si sciacqua il pollo (non sia mai che siano rimasti residui del bagnoschiuma alla ciliegia) e si asciuga con lo scottex. Poi si mette in una bella ciotola si inizia a spalmare con il miele. Regalategli un bel massaggio mieloso, mi raccomando. Poi continuate a massaggiare con l’olio (la quantità va a gusti, io ne metto parecchio, e per parecchio intendo parecchio). Alla fine un bello scrub con sale e pepe. Si lascia a marinare tutto almeno 30 minuti (o anche di più, io l’ho lasciato un paio d’ore), poi si adagia il pollo nella teglia coperta con la carta forno (che sennò al contatto con il metallo, il pollo potrebbe sentire freddo e rizzare i peli). Sopra al pollo potete anche buttare la marinatura rimasta nella ciotola. La cottura… io vi consiglio di mettere il forno a non più di 180°C perché il miele tende a bruciacchiarsi (o caramellare, come ho detto ai miei ospiti, per non fare la figura di quella che aveva bruciato il pollo). Per la tempistica, Nigella consiglia 20 minuti per ogni 500 g di pollo, più altri 30 minuti. Per intenderci, il mio era da un chilo e l’ho tenuto 1 ora e 10 minuti ed era cotto.


Nigella vs Frau Fra: 1 – 0

Gli strani abitanti del frigorifero

Risolleviamo un po’ le sorti di questo blog, lasciato allo sbando per non si sa quale motivo dato che la sua proprietaria non è che ha chissà quale vita così affannata. Proprio adesso infatti quella matta si sta stirando e si è fermata a fissare l’ultimo mazzetto di mimose rimaste. Che poi non sono rimaste solo quelle perché non sono capace di far vivere le piante (vabbè, i vasetti pieni di piante morte avrebbero qualcosa da ridire, ma facciamo finta di niente fischiettando) ma perché a casa uno dei signori gatti ha deciso di boicottare le crochette del meno caro per una più salutare dieta a base di palline gialle. E’ una meraviglia vederlo mentre mastica di gusto la mimosa, e soprattutto è ancora più bello vederlo quando va via sazio con una delle pallette ancora attaccata nell’angolo della bocca.

Solo a me sono capitati gatti con abitudini alimentari dubbie? Me lo chiedo da un po’…

Per rimanere in tema “gatti”, oggi vi lascio la ricetta di un bel polpettone di pesce. Non so quante volte mi ero riproposta di fare il classico polpettone di tonno, più che altro per dare un sapore diverso alle mie serate pesce, che altrimenti si risolvono di solito in questo modo: Mr Geom che scongela il pesce, lo sistema sulla teglia, gli fa la panatura con 873 spicchi d’aglio e via in forno. Va bene la prima volta, va bene la seconda, poi però, a parte il fatto che potresti distruggere un esercito di vampiri solo aprendo la bocca, ti stufi anche un pochettino.

E cosa fa una persona normale quando si accorge che mangiare filetti di pesce al forno è noioso? Cambia ricetta!

Ehhh, questo è un tranello però, vi sembro normale io? Ma certo! (infatti nel frattempo passano foto che non c’entrano niente con il post, ma che ci volete fare…)

Infatti di solito, quando si avvicina l’ora della cena-pesce, mi invento una scusa assurda per cui devo assolutissimamente mangiare qualcosa come hamburger, sformati di patate e pancetta o chili di ravioli cinesi al vapore. Alla fine il povero pesce staziona nel congelatore per, diciamo, vario tempo… Ed ecco che un giorno mi ritrovo tra le cartelle del computer questa ricetta (ok, in realtà non avevo voglia di andare a comprare il macinato per l’hamburger, la pancetta per lo sformato e un cinese per i ravioli) del polpettone di tonno. Ovviamente non avevo voglia nemmeno di andare a comprare il tonno (eh bé, sennò avrei comprato il macinato, sono una volpe, io) e mi sono ricordata di quel povero pesce congelato che ormai nel congelatore aveva costruito un igloo. Tanto aveva capito che era meglio attrezzarsi per l’inverno rigido del congelatore.
Ma, sorpresa! Proprio mentre stava per mettere l’ultimo mattoncino di ghiaccio alla sua opera edilizia, arrivo io, con la grazia di un salmone norvegese (non chiedetemi perché proprio il salmone norvegese, ma lo vedo come un tipo testardo e accanito dato che deve risalire le correnti) che lo strappo dal suo freddo focolare congelatoresco e lo butto nel caldo dell’acqua bollente pentolosa. Vado avanti a leggere la ricetta che mi diceva di mettere pure olive e capperi (che di solito stazionano anche loro nel frigo per parecchio tempo, creando comunità molto avanzate, una volta le ho sentite disquisire (che bella parola!) su Aristotele e Platone) che però non avevo. C’era però in frigo una solitaria mozzarella, abbandonata a se stessa perché la sera prima non mi andava la pizza e avevo optato per frignare e farmi portare un hamburger di Mc Donald. Ed è così che anche lei è entrata a far parte della ricetta.

Insomma, regole ferree governano il mio frigo/congelatore, regole create dai suoi abitanti. Io sono solo il cattivo salmone norvegese che strappa il bambino dalle mani di sua madre (leggi: le zucchine dal cavolo).

POLPETTONE DI PESCE
Ingredienti: 2 pesci (il mio probabilmente era merluzzo, ma inutile dire che potete usare quello che vi pare), 5 cucchiai di parmigiano, 5 cucchiai di pangrattato, 2 uova, una mozzarella, una spruzzata di succo di limone, sale e pepe

Far bollire i pesci per una decina di minuti (dipende dalla grandezza ovviamente), poi togliere testa, lisca e spine. Metterlo nella ciotola a pezzetti, unire le uova, il parmigiano, il pangrattato, la mozzarella tagliata a dadini e il succo di limone. Mischiare tutto con le mani e aggiungere sale e pepe a piacimento. Formare un polpettone e adagiarlo su una teglia coperta con carta forno. Cuocere in forno a 180°C per 30 minuti o finché non inizia a fare una leggera crosticina.

That’s all right (mama o non mama)

Lo dico subito: il post di oggi non ha senso. Non parte da niente in particolare se non dalla constatazione che la sezione “Pillole di musica” era praticamente morta e non rianimabile nemmeno dal defibrillatore che ho scoperto essere presente all’università da una settimana (probabilmente è lì da mesi, dal che si arguisce (ma che termini uso oggi?) il mio straordinario spirito di osservazione che ovviamente mi sarà molto utile nella mia futura professione (cioè la barbona: dovrò osservare molto i passanti per capire chi tirerà dritto senza calcolarmi e chi invece mi tirerà un calcio sugli stinchi)).

Non posso di certo definirmi un’esperta di musica, nemmeno gli esperti di musica si definiscono esperti, ma detto da una che in seconda superiore voleva fuggire di casa per andare a vedere i Backstreet Boys a Sanremo, potete stare sicuri che è la verità. Che poi ci andrei anche oggi a vedere i Backstreet Boys (porca miseria, me li sono persi quando sono venuti l’anno scorso, non me lo potrò MAI perdonare) è un’altra storia, di cui preferirei non parlare e per la quale so che dovrei sotterrarmi e arrivare al centro della Terra.

Ecco, con questa premessa potete stare sicuri che tutto quello che scriverò riguardo “argomento musica” è sbagliato. Quindi prendete quello che scrivo, giratelo al contrario ed avrete la verità suprema. Una volta capito questo possiamo proseguire.
Con un video, che video non è perché è la canzone dove passano immagini.

E adesso ditemi che non l’avete mai sentita, così posso tranquillamente cancellarvi dagli amici su Facebook. Abbiamo una punizione ancora maggiore nel caso non l’aveste mai sentita neppure in questa versione. Ecco, se non la riconoscete nemmeno adesso vi siete aggiudicati un fine settimana con me dove vi illustro “Le 100 canzoni che si DEVONO conoscere”. Che poi io di queste 100 ne conosca solo 4 è un problema del tutto insignificante, ma passeremo un pomeriggio interessante all’insegna di Britney Spears, Backstreet Boys e Cristina D’Avena. I Take That no però, per favore. Che io a 13 anni ero alternativa e mentre tutti impazzivano con il gruppo per adolescenti del momento, io mi rinchiudevo a casa a scrivere nel mio diario segreto. Non so cosa. Probabilmente le stesse cose che scrivo nel blog adesso.

Ma mi sto perdendo, parlavamo della canzone, che si intitola That’s all right o That’s all right mama, non penso che cambi molto (eh bè, blatera mezzora su una canzone e non sa nemmeno il titolo esatto. Ci sta). Non ricordo se ho sentito prima la versione di Arthur o quella di Elvis (si, li chiamo per nome perché eravamo grandi amici, nei miei sogni) che comunque meritano tutte e due. Se proprio volete sapere come la penso (non credo, ma ve lo dico lo stesso) mi piace la musica della versione Arthuriana e la voce Elvisesca. Elvisesca come parola devo dire poi che mi piace parecchio, mi sembra la fusione di Elvis e Francesca, manco a farci apposta. La parte strumentale Arthuriana ha quel suono stridulo (una chitarra? L’avevo detto che di musica non ci capisco niente. Il massimo poi è quando dici a un bassista “Ho capito perché suoni il basso, perché pure se sbagli non si capisce, tanto chi lo sente il basso in un canzone” e lui ti guarda con accondiscendenza. Si, mi è successo una volta. E ovviamente non facevo la parte del bassista, io ero la scema che diceva cretinate), insomma, dicevo che c’è quel suono stridulo che mi piace di più, la versione di Elvis mi sembra troppo morbida. Però la voce Elvinesca mi è sempre piaciuta, quindi stellina per lui per la parte cantata!

Una curiosità su Arthur Crudup però la devo scrivere. Più che curiosità è una cosa che non ho ben capito nemmeno io. Non so voi, ma io ho la pessima abitudine di cercare le cose che non so su Wikipedia (Santa Wikipedia. Ripetiamo insieme: Santa Wikipedia) e, non felice di ammorbare tutti con aneddoti di cose che ci trovo scritte, guardo anche la versione inglese, dove c’è sempre il triplo della roba (cosa che trovo incomprensibile: devi tradurre? Traduci tutto, che fai, dopo un po’ ti stufi e lasci perdere?). Però ecco, com’è che nella versione inglese Arthur ha 3 figli e in quella italiana magicamente diventano 9? Moltiplicazione dei pani e dei pesci? Ho pure cercato in giro (si, oggi dopo la spesa non avevo proprio niente da fare) e mi confermano (altri siti, non i miei amici immaginari) che i figli erano 3. Quindi chi è il genio che alla lezione di inglese ha capito che i numeri erano: one, two, nine, four, five, six, seven, eight, three, ten?

Ps: ho intenzione di curarla di iù questa sezione, quindi preparatevi a leggere altre assurdità. Che poi questa di oggi era abbastanza seria, That’s All Right è davvero una canzone stupenda e che fa parte della storia della musica!

Essere o non essere un cardo

Non mi ricordo se ne ho già parlato, ma comunque non è che la cosa abbia una qualche rilevanza. Nel senso che se vado a rileggere tutti i post che ho scritto in uno dei miei innumerevoli blog (cosa che non farò mai, non sono matta fino a questo punto), probabilmente avrò ripetuto le stesse cose per milioni di volte. Che non si dica che io sia una persona originale, tutt’altro, sono decisamente noiosa e banale. Solita introduzione chilometrica che mi serve solo per introdurre qualcosa che in realtà non ha senso e che ho già scritto altre mille volte, e per vantarmi poi con me stessa allo specchio dicendomi “Sei proprio forte, scrivi post lunghi e insensati”. Eh bè, c’è chi si diverte a fare cose interessanti e sensate e chi si diverte ad attaccare adesivi di buon Natale alla finestra per poi accorgersi che non li può più staccare e quindi gli adesivi rimangono lì anche quando, il 15 di agosto, del Natale non se ne vede nemmeno l’ombra.

Vi giuro, quando mi metto a scrivere la maggior parte delle volta ho in mente quello che voglio dire, non capisco come posso perdermi in questo modo. Ovvio, molto spesso penso solo “Ricetta, blog” e scrivo qualche insensatezza giusto per riempire un po’ lo spazio tra le foto, ma altre volte ho davvero un punto a cui vorrei arrivare. Ma ci arrivo eh. Eccolo.
Volevo parlarvi della ricetta di oggi. E’ un’altra di quelle ricette fatte quando dentro casa non c’è quasi niente e io vengo presa da quella frenesia che mi trasforma da apatico soprammobile piazzato perennemente sopra il divano, a arzilla giovincella saltellante che apre frigorifero e dispensa, prende ingredienti a caso e li lancia dentro una pentola. Poi qualcuno accenderà pure il fuoco, si, ma a me basta lanciare cose dentro un qualsiasi contenitore. Quella di oggi è una ricetta fatta con i gobbi, più comunemente conosciuti nel resto del mondo che non sia Ancona come cardi. C’è da dire che io vivo con un individuo che odia qualsiasi verdura. Prima di conoscermi penso che non abbia mai mangiato nemmeno una cucchiaiata di minestrone in vita sua. Ora, non che io invece sia vegana, ma non sopporto che nemmeno ci prova a mangiare una cosa. Cioè, non è che se a 5 anni hai provato a mangiare un carciofo e ti ha fatto schifo, allora vuol dire che ti fa schifo anche adesso a 30 anni. E il caro Mr Geom dovrebbe ben sapere questa cosa, dato che anni fa, quando andavamo a mangiare sushi, io mangiavo davvero il sushi e lui si girava schifato ordinando pesce ben cotto. Adesso quando andiamo a mangiare sushi ordina 374 rotolini con il salmone crudo, 837 pezzi di sashimi di salmone più altre infinite varietà che comunque comprendono sempre la presenza del pesce crudo e dell’alga (altro tasto dolente per i palati occidentali che non provano a farsi piacere niente che non sia stato precedentemente preparato e approvato dalla nonna). Per dire che ho letto in un libro di uno dei miei cuochi preferiti, Heston Blumenthal, che “bastano 21 degustazioni per superare un’antipatia alimentare”. Quindi non ci sono scuse!

Ancora devo arrivare al punto, ma ci sono quasi, abbiate fede!

Dicevo che ho preparato i cardi. Che non sono proprio una di quelle verdure che incontrano l’approvazione di tutti, dato che hanno un gusto un pochino amarognolo. O almeno io me lo ricordavo così da quelli che mi preparava mia nonna. E quindi ho passata un pomeriggio intero a chiedere a Mr Geom “Ma sei sicuro che li vuoi anche te questi cardi? No perché mangia a malapena le zucchine e i carciofi ti fanno schifo, non so se è il caso…” Alla fine li ho fatti per entrambi. Lui li mangia e dice “Bè, buoni questi cardi, nemmeno si sentono!”

Ecco, il punto è questo. Ma porca miseria santissima su in cielo, ma si può? La stessa cosa è successa ieri con mia sorella. Pranzo da nonna che cucina l’agnello. Mia sorella lo mangia e dice “Buono l’agnello, perché non sa tanto di agnello!”
Vedete me che mi giro lentamente, non so se avete presente la scena di Trainspotting dove Renton è in piena crisi di astinenza e vede la bambina che cammina sul soffitto e a un certo punto questa gira la testa, con il corpo che rimane fermo (per inciso, se non vi ricordate questa scena: VERGOGNA! 30 minuti in ginocchio sopra i cardi bollenti!).

Ma dicevo, mi sono girata con uno sguardo fulminante, del tipo che se Zeus fosse stato lì vicino a me mi avrebbe ceduto seduta stante l’appellativo di dea dei fulmini, ritirandosi a vita privata e ad allevare caprette nei pascoli del monte Olimpo.
Ma santo Zeus e Asclepio e ladroni in croce e santa Pollon dea dell’Olimpo di tutti i nasi con la polverina magica,ma si può? Ma avete mai sentito qualcuno dire “Oh, buona questa Nutella, perché sa poco di Nutella!”
Ma và!

CARDI GRATINATI AL FORNO

Ingredienti: manciate di cardi, patate avanzate, besciamella, parmigiano, pezzi di prosciutto avanzato

Pulire i cardi (vi lascio il link di dove lo spiega, che è anche il link della ricetta “classica” dei cardi gratinati che ho liberalìmente peggiorato/rielaborato) e tagliarli a pezzi grandi quanto volete. Lessarli in acqua salata per 30 minuti con le patate pelate e scolare.
In una pirofila mettere un po’ di besciamella (per la ricetta ho fatto affidamento qui, usando le dosi per mezzo litro di latte), fare uno strato di cardi e spezzettare un po’ di patata. Aggiungere altra besciamella a cucchiaiate e una spolverata di parmigiano. Fate un altro strato di cardi e patate, mettete qualche fetta di prosciutto (o altri avanzi che avete nel frigo), basciamella e parmigiano. Finire con l’ultimo strato di cardi e patate, besciamella e parmigiano. In forno a 180-200°C per 20 minuti. Pappare caldo.

I tornado della vita

Ci sono tanti tipi di persone che attraversano la tua vita.

Quelle che ci sono da sempre, che qualsiasi cosa succeda rimangono lì, che ti conoscono perché sono cresciute con te, che anche se non le vedi per un sacco di tempo non importa, perché quando ti ci ritrovi a parlare è come se non fosse passato nemmeno un secondo, e ti rendi conto che ti capiscono meglio di altre persone che hai visto ogni singolo giorno dell’ultimo mese. Ce ne sono veramente poche di persone così nella mia vita, ma me le tengo strette come fossero il diamante più prezioso sulla faccia della terra. Magari con alcune la vita ci porta a percorrere strade diverse e quindi io non ci sono per loro per ogni piccola sciocchezza, ma sanno che per qualsiasi cosa io potrei tranquillamente gettare tra le fiamme la cena che stavo preparando, i libri che stavo studiando o il divano su cui mi stavo riposando, e arrivare in 5 minuti in loro aiuto.

Poi ci sono quelle persone che ti stanno intorno giorno dopo giorno ma di cui, diciamocelo, non te ne frega proprio niente. Tanto è inutile stare lì a cercare qualcosa di speciale in ogni persona. Alcuni semplicemente non sono speciali per noi. Saranno speciali per qualcun altro. Sono quelle persone che ti siedono accanto ogni mattina ma a cui non importa assolutamente niente di te, che non si accorgono nemmeno della tua assenza. E nemmeno tu ti accorgi della loro. Semplicemente non sono entrati nella tua vita al momento giusto, o non era destino e bè, un sorriso, un ciao e tanti saluti.

Tra gli altri tanti tipi di persone che si ritrovano a percorrere la loro vita con te, una menzione speciale voglio farla per quelle che passano un attimo, ti stravolgono la vita e scompaiono. E loro nemmeno sanno cos’hanno fatto. Loro sono ignari di quello che hanno significato per te, sono ignari del fatto che hanno cambiato nel profondo il tuo modo di essere. Come un tornado che arriva, distrugge, e una volta passato tu devi ricostruire tutto. Sapendo già che è impossibile che tutto torni esattamente come prima.

Di queste persone me ne sono capitate circa 3 e, forse a parte una, di sicuro non sanno cos’hanno combinato. Non sanno che una grande parte di come sono diventata adesso, a 31 anni, è dovuta al loro passaggio. Non è né una colpa né un merito, è un dato di fatto. Mi dispiace che io non mi sento del tutto libera a scrivere in questo blog, perché lo condivido su Facebook e quindi sta lì, con libero accesso a tutti. Scelta voluta, ovvio, ma a volte vorrei che fosse un blog privato.
E’ triste vedere con chiarezza il cambiamento che c’è stato in me dopo il passaggio dei miei 3 tornado, vorrei essere una di quelle ragazze superficiali che, dopo una tempesta, ci piangono un po’ su e poi usano il tutto per fare le vittime e correre a consolarsi dalle amiche. Io non sono mai stata così e purtroppo le persone che conoscono tutta la storia sono davvero poche. Anzi, forse nessuno. Non sono di certo il ritratto della felicità, in generale, ma mi guardo bene dal far vedere di più di quello che voglio. E mi resta semplice riempire il resto con risate e assurdità, o con una bella facciata di cinismo e autoironia.
Ma anche se per la maggior parte del tempo mi riesce facile e giro per la casa della mia vita dipinta di verde acido e riempita di gatti, libri di cucina e peluche, ci sono quei momenti in cui l’occhio ti si posa negli angoli più nascosti, e vedi con chiarezza la polvere lasciata dal passaggio dei 3 tornado.

“Yes, there are two paths you can go by, but in the long run, there’s still time to change the road you’re on…”
Ma davvero c’è ancora tempo per cambiare strada?

(Le foto pubblicate appartengono a questo vecchio diario. Dato che non ho chiesto l’autorizzazione a nessuna di queste persone, se qualcuna di loro non volesse apparire nel blog (e ha tutta la mia comprensione) basta che me lo dica e io tolgo la foto. Spero comunque che capiscano che se sono finiti qui è perché, in un modo o nella’altro, fanno o hanno fatto davvero parte della mia vita)