Sindromi grammaticali e prova prodotti morbidosi

Scrivo per la prima volta dalla mia nuova postazione computeresca. Il che vuol dire anche nuova tastiera, quindi lo dico più che altro per mettere le mani avanti su qualunque tipo di errore di battitura che mi può venir fuori. Cosa che ai più non gliene fregherebbe niente di niente ma, essendomi stata diagnosticata da un noto medico di fama mondiale la Grammar Pedantry Syndrome, soffro come un eroinomane quando gli si toglie l’eroina, quando vedo errori grammaticali e non posso correggerli.

Questo dovrebbe implicare il fatto che io scriva senza commettere alcun errore grammaticale. E così è. No, non è vero, capirai, io scrivo seguendo il flusso dei miei (rari) pensieri, quindi in una grammatica totalmente scorretta. Ma almeno ne sono consapevole. Il peggio è quando la gente ne è allegramente inconsapevole (cit. Miranda da Il diavolo veste Prada). Tipo i classici “se io avrei”. Ogni volta che ne sento uno mi viene voglia di andare per una di quelle strade montane dove trovi le segherie, quelle piene di tronchi di legno. Poi vorrei aumentare la mia stazza del 700% in modo da poter prendere una ventina di tronchi e romperli in testa al povero malcapitato, che ovviamente non si era nemmeno reso conto di aver profanato la lingua italiana in presenza di una povera malata di Grammar Pedantry Syndrome. Per mantenere però una parvenza di normalità nella mia ristrettissima cerchia di conoscenti, mi limito a girare la testa dall’altra parte, inspirare profondamente un paio di volte, socchiudere gli occhi in segno di rispetto verso tutti i poveri congiuntivi morti, e poi tornare alla vita normale. Con un briciolo di stima in meno per il conoscente di turno.

E pensare che volevo scrivere un post sui finali delle serie tv. Come ci sono finita a parlare per quasi 300 parole (santo contatore di parole di WordPress, se non ci fosse lui mi perderei nei meandri dei miei pensieri per pagine e pagine senza sapere dove sto andando) di grammatica italiana? Fossi una così patriottica poi… se fossi meno pigra avrei già imparato alla perfezione tedesco, inglese e giapponese e sarei emigrata molto allegramente in Austria/Inghilterra/Giappone.

Ok, diamoci un taglio, anche perché sento nell’altra stanza Mr Geom che sta andando avanti con il puzzle senza di me, e questo è segno di gravi disgrazie (sempre per me) per i seguenti motivi:

1. lui si fa i pezzi più facili e

2. lascia a me quelli difficili

con una grave conseguenza: io sto tutta la sera a cercare di andare avanti con il cielo, trovando a malapena un paio di pezzi, lui invece trova l’unica parte rossa del puzzle, la fa tutta e a fine serata mi dice “Guarda quanto sono bravo, ho fatto tutto questo pezzo da solo! Te invece, cos’hai fatto? Non hai attaccato niente!“. E io mi giro dall’altra parte, faccio 2 respiri… macché, io inizio ad urlargli “Lascia immediatamente stare il tetto della casa e finisci il cielo entro domattina, oppure ti preparerai il pranzo da solo per il prossimo anno. E già che ci sei, per quando mi sveglierò fresca e riposata, vedi di aver almeno iniziato la parte verde del prato, o ti scaglierò contro l’ira dei 3 gatti famelici!” girandomi verso i 3 gatti famelici che di solito si trovano in una di queste 3 posizioni:

1. sopra il divano a dormire,

2. sopra il divano a lavarsi,

3. vicino allo scaffale del cibo mentre cercano di non addormentarsi prima di ricevere l’agognata cenetta.

Insomma, 3 bestie feroci che non aspettano altro che un mio segnale per addentarti la carotide.

Nel frattempo passano immagini di cose da mangiare, ovviamente non fatte da me, ma dalle abili manine degli omini della Lidl. Mi immagino uno stanzino dietro le casse, con un forno a legna e con il signor Lidl, un omino di 102 anni che sforna ancora una calda ciambella, che poi andrà ad imbustare con una busta di plastica, abilmente tessuta (ma esiste tessuta? bo, diciamo di si) dalle minute manine di sua moglie, la signora Lidl. E insieme poi portano tutto sugli scaffali dove poi arrivo io, famelica come non mai alla vista di uno dei miei dolci confezionati preferiti di sempre. Questo coso (non so come si chiama) lo trovate di sicuro quando fanno la settimana francese ed è di una morbidezza talmente morbidosa che ogni volta mi ripropongo di gettare dalla finestra materasso e cuscino e sostituirli allegramente (allegramente proclamata parola del giorno) con questo dolce. Solo che dentro c’è anche della crema, quindi non vorrei che andasse a male…

Un’altra cosa che adoro è questo pane. All’aglio. Forse nella confezione non è così specificato, ma è all’aglio. Buonissimo, talmente buono che non sono nemmeno riuscita a fotografarlo, se non mentre era ancora nella confezione.

Diciamoci la verità, non sarei riuscita a fotografare nemmeno il dolcetto di prima se non fosse che il Sig Geom l’ha aperto in un momento in cui io, stranamente, non avevo fame. Oppure era un lunedi in cui avevo deciso di iniziare la dieta (finita probabilmente con l’apertura del dolce). Cmq ero in uno stato “NON DEVO MANGIARE NON DEVO MANGIARE”, quindi l’ho aperto, ho fatto le foto e poi il mio autocontrollo ha fatto la fine di tutti gli altri miei autocontrolli. E’ andato in villeggiatura dio solo sa dove.

La baguette al burro e aglio invece l’ho tirata fuori dal congelatore quando avevo fame, e infatti ecco la fine che ha fatto (vedi immagine sotto).

E con questa bella immagine di come funziona la digestione in una mucca, direi che anche per oggi abbiamo dato il nostro contributo scientifico all’umanità.

O abbiamo toccato il fondo, ecco, una delle due.

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