Il post che doveva essere breve e invece è diventato gorgonzoloso

Stasera post breve, dato che una volta al mese mi impongo di fare la giovane. Il che significa che dopo aver passato una giornata massacrante studiando tutto il giorno, preparando pranzi e cene, ripulendo tutta la cucina da cima a fondo, esco di casa per passare una serata all’insegna di alcol, droga e rock’n’roll.

Si, magari. Questo succede nei miei sogni (a parte la giornata massacrante). Ecco come si è svolta e come proseguirà la mia giornata.

Mi sono alzata alle 9, anzi, no l’Alzheimer avanza. Stamattina, non so perché, avevo messo la sveglia addirittura alle 7.45, sfidando non so quale divinità ultraterrena. Come mi sarà venuto in mente quel .45, non lo so. E infatti mi sono tirata su dal letto alle 8.30, orario di certo migliore per una che ha la fissa dei numeri pari, o di certi numeri particolari (che non includono il 45, ovviamente. Anche se 4+5 fa 9, e 9 è 3×3, e il 3 è uno di quei numeri che mi piacciono…. Da oggi in poi sveglia sempre alle .45!) e non perché avessi particolarmente sonno, ma perché devo aspettare che Mr Geom si alzi prima di me, sennò la colazione chi la prepara? Dopo circa un’ora sono diventata operativa. Che per il resto del mondo significa: lavoro/studio. Per me significa: guardiamo video su youtube e leggiamo blog.

Dopo circa un’altra ora mi assale l’ansia: e che faccio, tutto il giorno su internet? Eh no, non sia mai! Devo fare qualcosa di utile! E questo si traduce con: contiamo tutte le pagine che devo studiare pre l’esame e facciamo un programma che tanto so che non rispetterò mai.

Per fortuna è arrivata l’ora di pranzo, che ovviamente non preparo io dato che il venerdi sono da mia nonna.

Poi un pomeriggio passato a fare spesa dove, incurante della mia sempre più dilagante povertà, ho anche deciso di fare uno degli acquisti più azzardati in vita mia: una tavoletta grafica. Mi sembra ovvio che io non sappia nemmeno che cos’è, ma in qualcosa devo pur fare la figa. Ho un iPhone dell’anteguerra, i vestiti di 10 anni fa, ma cavolo, adesso sono una fiera POSSESSRICE di una tavoletta grafica! Si dice possessrice, no? Insomma, torno a casa tutta felice per il mio nuovo acquisto e mi rendo conto che usarla non è proprio semplice. Certo, detto da me non è che faccia poi così tanto testo. per me è difficile anche usare la caffettiera, usare il temperino e mettere il sale nell’acqua della pasta. Solo che quelle sono tutte cose che posso anche non fare (servirà a qualcosa Mr Geom, no?) mentre la tavoletta grafica devo imparare ad usarla per forza. PER FORZA! Ormai è una questione di vita o di morte. Anche perché ormai il mio scopo nella vita l’ho trovato: perdere tempo con cose inutili.

Non è che mi riesca così difficile, sia chiaro (perdere tempo con cose inutili, intendo, non usre la tavoletta grafica. Quello è assodato che mi riesce male, come tutto il resto).

Ok, siamo arrivati alla cena. Che non ho preparato io, alla fine. Perché stavo tentando ancora di fare la prima linea con la pennetta che non ne voleva sapere di fare quello che dicevo io (fare dei ghirigori) e invece faceva di testa sua (mi apriva finestre a caso). Poi vabbè, ho capito che dovevo modificare le impostazioni. Sono una volpe. Questo sarà il mio mantra per il resto della vita. (e da oggi il mio animale preferito fu la volpe)

Finita cena, pulisco la cucina (leggi: dai ordini a Mr Geom: “Pulisci i fornelli, passa l’aspirapolvere, asciuga qui sopra, metti a posto i piatti”), sto quasi per spaparanzarmi nel divano per un (im)meritato riposo, allungo l’occhio su FB e che mi vedo? Una richiesta di Farmville. No, una richiesta di uscita-per-bere-ubriacarsi. Che, data la vecchiaia, si tradurrà in: io + amica che ci trasciniamo come due vecchie novantenni in centro, cercando di confonderci con la gioventù, con la nostra innata finezza ed eleganza. Certo che poi sparare a zero sulla prima ventenne che passa dicendo “Oh, ma ‘ndo và quella vestita così?” di sicuro rivelerà a tutti la nostra vera età (120 anni) e la nostra natura di scaricatrici di porto.

Data quindi la nostra età, si è già fatto abbastanza tardi, che poi se non torno a casa entro mezzanotte non vorrei rischiare di trasformarmi in zucca, dato che già sono una zucchina di quelle belle panciute.

Ah si, l’aggiornamento era per una ricetta…

Dato che però non è frutto della mia inventiva (magari ad avercela), invece di stare qui a scrivervi la ricetta vi lascio direttamente il link di dove l’ho presa io, così facciamo prima. E’ una CREMA DI GORGONZOLA, strabuonissima. In poche parola si mischiano insieme panna acida, aglio, gorgonzola, limone e pepe, l’unica cosa che io ho fatto in più rispetto alla ricetta è stato frullare tutto perché adoro si il gorghy, ma i pezzettini di muffa proprio li odio sentirli nei denti. E via, io ho abbondato di aglio perché da quando ho visto Twilight ho paura che Robert Pattinson venga a turbare le mie notti, quindi seguo il motto: 5-6 spicchi di aglio al giorno tolgono Pattinson di torno.

Che poi sono di quelle che sparlano di Twilight e poi in realtà ho:

– dvd di Twilight in italiano

– dvd di tutta la serie di Twilight in tedesco

– libro di Twilight in italiano

– libro di Twilight in inglese

– libro di Twilight in tedesco

Si, me ne vergogno molto. Stasera (se ce la faccio ad uscire (fortuna che doveva essere un post breve!)) (evviva il ritorno delle doppie parentesi (mi mancavano un pò)) andrò a bere in un angolino, in ginocchio sopra gli spicchi d’aglio, per punizione.

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Il mio Natale in Istantigrammi

Giusto per rimarcare il fatto che io sia una persona sempre al passo con tutto, mentre le persone normali iniziano già a parlare di dolci carnevalosi, io sto ancora qui a rimembrare il Natale appena trascorso. Sarà perché il Carnevale non è che mi piaccia granché, sarà che il Natale invece mi piace parecchio, o semplicemente sarà perché sono sempre indietro. Su tutto.

E quindi, senza ulteriore indugio, gustatevi questi Istantigrammi che riassumono il mio Natale 2014. Che io tra poco mi gusterò un brodetto preparato da Mr Geom, eheheh.

Istantigrammi del mio albero (uno dei due, l’altro è ancora vivo (nessun albero è stato maltrattato nel periodo di Natale) e si gode il vento nel mio balcone).

Il presepe. Notare strane creature dinosaurose che si aggirano nascondendosi nel muschio.

La preparazione tortellinosa, che si svolge ogni anno con compiti ormai ben prestabiliti: mamma e nonna fanno la spesa e supervisionano, Mr Geom impasta e stende, tutti insieme chiudiamo i tortellini. Il mio compito è quello di mangiare tutti i ritagli di pasta cruda e un tortellino ogni 4 fatti.

Anche mia madre si cimenta nella difficile arte della stenditura della pasta. Cosa a cui io ho GENTILMENTE rinunciato in favore di Mr Geom.

Ed eccoci arrivati al giorno di Natale. Apertura dei regali: 2 per Mr Geom, 3 per i gattacci e 15 per me.

Foto con solo due dei tre gattacci, dato che uno ha usato il suo bonus villeggiatura dal veterinario.

E per finire, pranzo di Natale con cestini di pasta sfoglia con salmone, tramezzini alberosi con crema di piselli e tartufo, tortellini in brodo e pizza babbonatalosa.

E per fortuna Schlange si rende utile, ripulendo tutto!

Forno mon amour

Non so come sia possibile, ma sono sempre indietro nell’aggiornamento del blog. O meglio, lo so come è possibile. E’ che anche se di cavolate ne sparo tante, non riesco comunque a stare dietro alla mia voglia di assaggiare di tutto. Ed è per questo che poi mi si accumulano foto di ricette, prova prodotti o altre cose varie.

Poi ovvio, nessuno reclama a gran voce la possibilità di leggere idiozie scritte da me quindi, anche se avrei da spararne in quantità a ogni ora del giorno, quando posso evito. Purtroppo però oggi vi va male a causa di un grosso problema che mi affligge ormai da quasi un mese.

Sono senza forno.

Sono senza forno.

SONO SENZA FORNO.

Una frase che mi suona terribile. Un pò come suonerebbe terribile a una donna normale la frase “Il parrucchiere è chiuso” o “Non abbiamo le scarpe che voleva con il suo numero” o “Ti sei ingrassata, vero?”. No, per me tutto questo non sarebbe per niente un problema. Ma “Ci vorranno 7-10 giorni per riavere la porta del suo forno”, ecco, è come un macigno sopra la testa. Che già sarebbe stato un problema anche se fossimo stati ad agosto dato che io sforno polente ai formaggi superbollenti anche con 50 gradi, immaginatevi adesso.

Ha fatto in tempo a passare il periodo feste, tra cui c’era anche il mio compleanno. Tragico, traagico! Cucinare con il forno di mia madre invece che con il mio è stato tragico. Avete presente quando passate mesi, anni, a parlare con il vostro forno? A sussurrargli cose del tipo “Per favore, non bruciarmi i cupcake” o “Se mi fai venire il pandispagna alto e gonfio ti pulisco con il prodotto di marca invece di quello del meno caro” o “Solo tu sai arrostirmi il pollo in modo perfetto”. O che so, quando vi avvicinate a lui per chiedergli “Va bene la quantità di impasto che ho messo nei pirottini o mi esce di fuori mentre cuociono?” o “Oggi se imposto 180° sono davvero 180° o ti senti stanco e arrivi solo a 170°?”. Ecco, avete presente? O sono l’unica a parlarci e a stare con il naso appiccicato al vetro finché non suona il timer?

Comunque, con il mio forno avevo ormai instaurato un buon rapporto anche se lo conosco solo da poco più di un anno. Ma avevamo iniziato a fare amicizia. Come me è un pò pigro, infatti i suoi 180° sono 170°, e abbiamo deciso insieme che non posso infornare una teglia di cupcake e lasciarli lì per 20 minuti. Dopo 15 devo girarli perché lui si rifiuta di cucinare in modo uniforme.

Come in ogni rapporto insomma bisogna venirsi incontro.

E poi un bel giorno ho gentilmente chiesto (leggi: costretto con la forza e il ricatto) a Mr Geom di pulire il forno. Lui, preso da non so quale mania di uomo di casa, ha detto “Adesso tolgo anche il vetro termico, così lo pulisco bene bene!”, appoggia il vetro sopra i fornelli, pulisce, pulisce, poi a un certo punto il vetro esplode.

In mille pezzi. Sopra i fornelli. A parte lo spavento devo ammettere che pulire tutto è stato simpatico come uscire fuori a gennaio nudi qui in Ancona, con la nebbia che ti alza l’umidità al 110%.

E adesso, breve intermezzo pubblicitario dato che è arrivata la mia merenda-pizza!

Mentre io mangio potete andare qua >> Intermezzo

Rieccomi, per parlarvi di altre amenità. Allora, ormai più di un anno fa, per i miei 30 anni, mi è stato fatto un regalo adeguato alla mia età. Eccolo qui sotto, lo vediamo in tutto il suo splendore mentre viene tenuto in mano da Mr Geom che si gratta un’orecchio facendo finta di niente.

In pratica c’è un libricino dove ti vengono spiegati degli “esperimenti” da fare in cucina. Il primo da fare era lo yogurt: dentro la scatola ti danno la bustina con i fermenti e via, un litro di latte, un forno che funziona e nel giro di una notte lo yogurt è pronto. E pure buono. Io ovviamente non ci avevo capito niente, cioè, nel libretto diceva di tenerlo a 50 gradi ma io mi sono detta “eh vabbè, lo tengo nel forno con la luce accesa, sarà uguale”. No. Infatti è rimasto liquido finché non ho acceso tutto a 50°.

Però alla fine è rimasto comunque non molto sodo. Eh vabbè. In compenso il sapore era OTTIMO, quindi consiglio vivamente di provare a farlo almeno una volta nella vita, giusto per poter dire “Io loyogurt me lo sono fatta da sola” e vantarsi con le persone normali che non vogliono spendere 10 euro di elettricità in un giorno per tenere acceso il forno 8 ore. Poi ecco, una volta provato si torna allegramente a comprare lo yogurt al supermercato.

La cosa bella è il fatto di potersi sbizzarrire con i gusti. Che però, mentre scrivo, mi viene in mente che uno potrebbe fare la stessa cosa comprando lo yogurt bianco al supermercato, ma come dicevo, non fa abbastanza figo. Meglio dire “Ho fatto lo yogurt in casa e ci ho aggiunto semi di papavero e fette di banana caramellata” più che la stessa frase ma che inizia con “Ho comprato lo yogurt all’Auchan”.

Io avevo un pò di banane a casa quasi pronte per il secchio dell’umido. E quando sono pronte per l’immondizia significa che è il momento giusto di mangiarle, per me. Quando la buccia è diventata quasi nera e hanno preso quel bel sapore zuccherino. Ed ecco che nasce lo yogurt fatto in casa con le banane. O la variante cannellosa.

Oppure la variante After Eight, con menta e pezzetti di cioccolato. Di gran lunga il mio preferito.

Insomma, fare lo yogurt è stato molto stancante (per il forno in realtà, mica per me) (sarà per quello che poco dopo si è rotto) ma ha dato delle belle soddisfazioni, dato che 2 giorni dopo era già finito.

E’ anche vero che ho comprato delle bustine di fermenti lattici per farlo ancora, presa dalla smania “Da adesso in poi farò sempre lo yogurt a casa”, smania simile a cose del genere “Pianterò degli ulivi per fare l’olio e destinerò metà giardino alle piantagioni di grano per avere la mia farina”. Infatti le bustine di fermenti giacciono da qualche parte in frigo. Probabilmente scadute.

E’ che probabilmente non era il mio destino quello di fare la yogurtaia. Il mio è quello di fare la donna baffuta.

Risotto moscioli e vì (MÓÓÓÓSCIOLI, NON MOSCIÒLI!)

Lo stavamo tutti aspettando da tempo, me lo ero ripromessa ormai da mesi, orde di fan impazziti bramavano per la sua pubblicazione! Ed eccolo finalmente, un post breve!! Evvai!

Lo faccio solo per questa occasione, cioè la partecipazione al concorso Tre Spade. Una gentile donzella un giorno mi ha chiamata per avvisarmi di questa cosa, e fortunatamente me lo ha ricordato un’altra decina di volte tra telefonate ed e-mail, perché come ben sapete, io la testa ce l’ho solo per impiccio e si, diciamolo, per dare un senso alle sciarpe che mi metto anche quando ci sono 40 gradi. Che una sciarpa al collo senza la testa ci sta male.

Ma non divaghiamo, ho promesso o no un post breve? Dicevo che è per questo concorso per il quale bisognava pensare a un piatto che rappresentasse l’Italia. Come sono giunta, ordunque, al risotto con i moscioli? Inizialmente volevo cimentarmi nella pasta fresca ripiena, poi però mi sono detta che, per quanto la pasta rappresenti l’Italia in tutto il mondo, quello che la rappresenta ancora di più, per me, è la semplicità. Cosa che va pure a braccetto con la mia inguaribile pigrizia, quindi BEN VENGA. Poi volevo fare qualcosa di carne, ma poi ho pensato che l’Italia è più associata al mare (almeno nella mia mente). Poi volevo fare una pasta al pesce, ma poi ho pensato che il risotto è un classico italiano.

Insomma si, sono partita per fare una pasta ripena con guanciale e salsiccia e mi sono ritrovata con un risotto con i moscioli. Sempre coerente.

Una precisazione però è doverosa. Che sò sti moscioli? Allora, c’è chi dice che è solo il dialetto anconetano per cozze, chi dice che sono tutta un’altra cosa rispetto alle cozze. La verità, dopo innumerevoli ore passate a cercare informazioni (leggi: 10 secondi), è questa: i moscioli sono le cozze selvatiche che si pescano nella zona di Ancona. D’estate però. E adesso che siamo a gennaio? Lo ammetto, ho usato le cozze normali. E l’ho chiamato lo stesso risotto ai moscioli perché per un anconetano, quelle robe nere non saranno mai cozze. Saranno sempre moscioli. I moscioli moscioli sono chiamati “i moscioli de Portonovo“. La ricetta con i moscioli mi sembrava anche doverosa, dopo la puntata di Masterchef dove Barbieri si è tirato contro l’ira di tutti gli anconetani, sbagliando la pronuncia del prodotto di cui andiamo più fieri. E ne andiamo fieri davvero, come dimostra questo video esplicativo dove potrete sentire quello che in pratica è l’inno anconetano: “C’avemo i moscioli e ce piace el vì”. Gli anconetani poi non sono proprio famosi per la loro cordialità ma in fondo in fondo siamo tutti buoni, proprio come spiegato nella poesia dal titolo “Come se magna le crucete in porcheta

Se pine in tra do’ deti come un fiore;
le bagi come fosse el primo amore,
prima in tel cuderizzo, un bagio seco,
po’ volti e bagi in do’ che c’era el beco.
Ciuci e riciuci, lichi scorze e deti :
è un ino de chiopeti e de fischieti
e te viénene su qùi ciciolini
che udorene de mare e de giardini.
Ricòrdete ma prò che la cruceta,
da per lia sola, è misera, pureta;
è come un quadro pieno de vernige,
un quadro belo, ma senza la cornige.
E alora perché el gòde sia completo,
ce vòle, digo vole, un bichiereto
de vì ogni sète cici , in abondanza,
de modo che ce sguazi in tela panza. …
lo guardo ’sta cruceta sbrozolosa
cun ’st’anima gentile; cià qualcosa
del caratere nostro ancunetà :
rozo de fòra, duro, un po’ vilà,
ma drento bono, un zuchero, ‘n amore,
ché nun conta la scorza, conta el core!

Insomma, siamo duri come una scorza di fuori, ma dentro semo bòni ‘mbelpò! Non conta la scorza, conta el còre!

E via, non doveva essere un elogio a Ancona, ma all’Italia. Anche se l’Italia è bella proprio per questo, tante diversità in una sola nazione. E celebrare il risotto con i moscioli è anche celebrare l’Italia, con il risotto più tipico del nord, il mare più tipico del sud, il tutto unito da un’anconetana del centro!

RISOTTO MOSCIOLI E VI’

Ingredienti per 2 persone: 1 chilo di moscioli, olio extravergine d’oliva, 1 spicchio d’aglio, 1 bicchiere e mezzo di vino, 200 g di riso per risotti, una manciata di prezzemolo

Pulire bene i moscioli (mi ci sono volute millemila ore per questo passaggio). Scaldare in una padella un pò d’olio con lo spicchio d’aglio, buttare i moscioli e mezzo bicchiere di vino, poi chiudere il coperchio, abbassare leggermente il fuoco (né basso né alto, deve essere medio) e cuocere una decina di minuti. Alla fine togliere il coperchio e annusare bene il vapore che esce, dato che il profumo è paradisiaco. Togliere tutti i gusci mettendo da parte i moscioli e lasciare nella padella l’acqua di cottura e lo spicchio d’aglio. Preparare il risotto: per prima cosa aggiungere un bicchiere di vino all’acqua di cottura dei moscioli e tenere in caldo. Mettere l’olio e lo spicchio d’aglio usato per i moscioli in un’altra padella, versare il riso e farlo tostare un paio di minuti. Aggiungere piano piano l’acqua di cottura, intervallandola con acqua (per intenderci: mettete un mestolo di acqua di cottura e un mestolo di acqua normale). Cuocere per il tempo indicato sulla confezione. Alla fine aggiungere i moscioli, il prezzemolo tritato e un pò d’olio. Generose mestolate in un piatto e mangiare!

Il fatto di alternare acqua di cottura dei moscioli e acqua normale viene da un semplice fatto: se usate tutta l’acqua dei moscioli viene salato salato. Con un sacco di sapore di mosciolo, ma troppo salato.

Alla fine non è venuto un post proprio breve, ma almeno per una volta non ho divagato. Evviva!

Sindromi grammaticali e prova prodotti morbidosi

Scrivo per la prima volta dalla mia nuova postazione computeresca. Il che vuol dire anche nuova tastiera, quindi lo dico più che altro per mettere le mani avanti su qualunque tipo di errore di battitura che mi può venir fuori. Cosa che ai più non gliene fregherebbe niente di niente ma, essendomi stata diagnosticata da un noto medico di fama mondiale la Grammar Pedantry Syndrome, soffro come un eroinomane quando gli si toglie l’eroina, quando vedo errori grammaticali e non posso correggerli.

Questo dovrebbe implicare il fatto che io scriva senza commettere alcun errore grammaticale. E così è. No, non è vero, capirai, io scrivo seguendo il flusso dei miei (rari) pensieri, quindi in una grammatica totalmente scorretta. Ma almeno ne sono consapevole. Il peggio è quando la gente ne è allegramente inconsapevole (cit. Miranda da Il diavolo veste Prada). Tipo i classici “se io avrei”. Ogni volta che ne sento uno mi viene voglia di andare per una di quelle strade montane dove trovi le segherie, quelle piene di tronchi di legno. Poi vorrei aumentare la mia stazza del 700% in modo da poter prendere una ventina di tronchi e romperli in testa al povero malcapitato, che ovviamente non si era nemmeno reso conto di aver profanato la lingua italiana in presenza di una povera malata di Grammar Pedantry Syndrome. Per mantenere però una parvenza di normalità nella mia ristrettissima cerchia di conoscenti, mi limito a girare la testa dall’altra parte, inspirare profondamente un paio di volte, socchiudere gli occhi in segno di rispetto verso tutti i poveri congiuntivi morti, e poi tornare alla vita normale. Con un briciolo di stima in meno per il conoscente di turno.

E pensare che volevo scrivere un post sui finali delle serie tv. Come ci sono finita a parlare per quasi 300 parole (santo contatore di parole di WordPress, se non ci fosse lui mi perderei nei meandri dei miei pensieri per pagine e pagine senza sapere dove sto andando) di grammatica italiana? Fossi una così patriottica poi… se fossi meno pigra avrei già imparato alla perfezione tedesco, inglese e giapponese e sarei emigrata molto allegramente in Austria/Inghilterra/Giappone.

Ok, diamoci un taglio, anche perché sento nell’altra stanza Mr Geom che sta andando avanti con il puzzle senza di me, e questo è segno di gravi disgrazie (sempre per me) per i seguenti motivi:

1. lui si fa i pezzi più facili e

2. lascia a me quelli difficili

con una grave conseguenza: io sto tutta la sera a cercare di andare avanti con il cielo, trovando a malapena un paio di pezzi, lui invece trova l’unica parte rossa del puzzle, la fa tutta e a fine serata mi dice “Guarda quanto sono bravo, ho fatto tutto questo pezzo da solo! Te invece, cos’hai fatto? Non hai attaccato niente!“. E io mi giro dall’altra parte, faccio 2 respiri… macché, io inizio ad urlargli “Lascia immediatamente stare il tetto della casa e finisci il cielo entro domattina, oppure ti preparerai il pranzo da solo per il prossimo anno. E già che ci sei, per quando mi sveglierò fresca e riposata, vedi di aver almeno iniziato la parte verde del prato, o ti scaglierò contro l’ira dei 3 gatti famelici!” girandomi verso i 3 gatti famelici che di solito si trovano in una di queste 3 posizioni:

1. sopra il divano a dormire,

2. sopra il divano a lavarsi,

3. vicino allo scaffale del cibo mentre cercano di non addormentarsi prima di ricevere l’agognata cenetta.

Insomma, 3 bestie feroci che non aspettano altro che un mio segnale per addentarti la carotide.

Nel frattempo passano immagini di cose da mangiare, ovviamente non fatte da me, ma dalle abili manine degli omini della Lidl. Mi immagino uno stanzino dietro le casse, con un forno a legna e con il signor Lidl, un omino di 102 anni che sforna ancora una calda ciambella, che poi andrà ad imbustare con una busta di plastica, abilmente tessuta (ma esiste tessuta? bo, diciamo di si) dalle minute manine di sua moglie, la signora Lidl. E insieme poi portano tutto sugli scaffali dove poi arrivo io, famelica come non mai alla vista di uno dei miei dolci confezionati preferiti di sempre. Questo coso (non so come si chiama) lo trovate di sicuro quando fanno la settimana francese ed è di una morbidezza talmente morbidosa che ogni volta mi ripropongo di gettare dalla finestra materasso e cuscino e sostituirli allegramente (allegramente proclamata parola del giorno) con questo dolce. Solo che dentro c’è anche della crema, quindi non vorrei che andasse a male…

Un’altra cosa che adoro è questo pane. All’aglio. Forse nella confezione non è così specificato, ma è all’aglio. Buonissimo, talmente buono che non sono nemmeno riuscita a fotografarlo, se non mentre era ancora nella confezione.

Diciamoci la verità, non sarei riuscita a fotografare nemmeno il dolcetto di prima se non fosse che il Sig Geom l’ha aperto in un momento in cui io, stranamente, non avevo fame. Oppure era un lunedi in cui avevo deciso di iniziare la dieta (finita probabilmente con l’apertura del dolce). Cmq ero in uno stato “NON DEVO MANGIARE NON DEVO MANGIARE”, quindi l’ho aperto, ho fatto le foto e poi il mio autocontrollo ha fatto la fine di tutti gli altri miei autocontrolli. E’ andato in villeggiatura dio solo sa dove.

La baguette al burro e aglio invece l’ho tirata fuori dal congelatore quando avevo fame, e infatti ecco la fine che ha fatto (vedi immagine sotto).

E con questa bella immagine di come funziona la digestione in una mucca, direi che anche per oggi abbiamo dato il nostro contributo scientifico all’umanità.

O abbiamo toccato il fondo, ecco, una delle due.

Gatti neri e Dolce cioccopere

Ormai da tempo bramo una cosa: riuscire a fare un post senza stare a blaterare. Come potete immaginare, non è oggi il giorno in cui si realizzerà questo sogno mio e di chiunque abbia la sfortuna di seguire il mio blog.

O forse si, dato che oggi è una di quelle giornate totalmente apatiche in cui mi ritrovo sul divano con la copertina blu incorporata alla pelle e con un rinforzo di 3 gatti che mi scaldano per non dovermi alzare ad accendere i termosifoni. 3 gatti di cui uno va in giro a seminare virus di raffreddore gattoso, che spero vivamente che non sia contagioso per me. Gatto di cui abbiamo 4 foto risalenti a un periodo in cui non starnutiva 186 volte al minuto.

Si, è sempre lui, il gattaccio nero. Immortalato in 4 pose molto diverse tra loro, mentre faceva il soprammobile. Lo sfondo verde acido è il muro di casa, colore che abbiamo scelto appositamente per far risaltare il nero del pelo nelle foto (la pazzia non ha mai fine).

Senza stare a blaterare troppo oggi, che poi non vorrei ritrovarmi ad aprire parentesi e non ricordarmi più come chiuderle, passerò quasi subito alla ricetta. E’ quel “quasi” che preoccupa, vero? E fa bene, perché è arrivato il richiestissimo momento (richiestissimo da nessuno, ovviamente) della foto-riassunto del mese di dicembre!

Che è?

1. Foto del gattaccio nero che fa una faccia da matto (cioè quella che ha normalmente, nelle altre foto ci vogliono ore prima che riesca a prenderlo con una faccia non-da-matto).

2. Io e Sig Geom. di sera, mentre si sta rilassati sul divano, arrivo io a rompere questa calma domestica con la pretesa di fare selfie che poi modifico con l’ultima app scaricata. Una volta sono i coccodrilli che ti sbranano, una volta baffi da pirata e una volta cuoricini e orsetti. Giusto per essere sempre coerenti.

3. Gattaccio nero (il gatto più fotografato di tutti i tempi) in versione regalo-con-coccarda.

4. Altro gatto (siiii, ne esistono anche altri!) in versione regalo.

5. Antipasto del pranzo di Natale.

6. Albero vero preso all’Ikea che presto verrà ripiantato. Non so come sia possibile ma è sopravvissuto ai 20° che regnano dentro casa…

7. Palla di Natale gufosa, il mio acquisto preferito di questo Natale.

8. Gatti a palla che scaldano il letto invece che le mie gambe da vecchietta infreddolita.

9. Pranzo al self service dell’Auchan con ottimi passatelli e tiramisù.

E basta. Ho freddo, devo decidere se alzarmi per accendere questi benedetti termosifoni o se rotolare nel divano per arrivare a prendere i calzettoni con le renne che mi sono stati regalati per il compleanno. Devo al più presto addestrare uno dei gatti a svolgere queste mansioni di bassa manovalanza. Del resto se un piccione riesce a capire dove portare i messaggi e tornare a casa, un gatto riuscirà a portarmi dei calzetti con le renne.

DOLCE CIOCCOPERE

(ricetta presa dal solito libro “La grande enciclopedia dei dolci”, io ho aggiunto il latte nell’impasto perché mi sembrava troppo duro)

Ingredienti (per uno stampo da 25 cm): 3 pere, 2 uova, 1 tuorlo, 110 g di zucchero, 35 g di cacao, 250 g di mascarpone, 100 g di farina, 1 cucchiaino di lievito, 10 cucchiai di latte

Sbattere i tuorli, gli albumi e lo zucchero fino a che non diventa di colore giallo chiaro chiaro e bello spumoso. Ammorbidire il mascarpone lavorandolo un pò con un cucchiaio di legno e amalgamarlo con il resto. Setacciare nel composto la farina e il cacao; mescolare ancora e aggiungere il lievito e le pere sbucciate e tagliate a cubetti. Aggiungere il latte e amalgamare tutto.

Imburrare e infarinare lo stampo e versarci l’impasto. Infornare a 180°C per 40 minuti. Far raffreddare e sfornare. PAPPARE!

Gatto, vai ad accendere i termosifoni!

Toast e wurstel animalosi e avrei voluto.

E’ appena iniziata la settimana, o meglio, è appena iniziato l’anno e io sono già in ritardo. 6 giorni in cui avrei voluto nell’ordine: aver finito di fare le pulizie dell’anno 7 giorni fa, aver iniziato la dieta 6 giorni fa, mantenere i miei buoni propositi invece di gettarli al vento precisamente alle ore 9 dell’1 gennaio, camminare un pò di più a partire da lunedi 5 gennaio, aggiornare il blog con più costanza a partire da lunedi 5 gennaio e per finire non perdere tempo a fare cose inutili tipo riguardare per la miliardesima volta Una mamma per amica o riniziare per la centocinquantamilionesimavolta Grey’s Anatomy dalla stagione 1 fermandomi come da copione alla fine della terza stagione quando Burke lascia Cristina. Tutte cose che, ovviamente, non ho fatto.

Un attimo che metto su il brodo per il tortellini, giusto per continuare la mia dieta della nonna (mangiare tutto quello che uno stomaco umano può contenere e poi aggiungere 4-5 fette di crostata con la mamellata, anche se la marmellata mi fa schifo).

Rieccomi, dopo aver messo su il brodo per pranzo, alle ore 12.45.

Allora, inizio l’anno con un sacco di post arretrati. Avrei voluto essermi messa in pari per il 31 dicembre, avrei voluto aver finito di scaricare le foto dalla macchina fotografica 1, dalla macchina fotografica 2 e dall’iPhone, avrei voluto aver catalogato tutto con precisione, avrei voluto aver finito di studiare per il prossimo esame lasciandomi un mese di tempo per ripassare, avrei voluto aver finito il puzzle da 14.000 pezzi prima di rinunciarci definitivamente e comprarne uno da 2.000, avrei voluto finire il puzzle da 2.000 pezzi per non averlo più in giro per casa con 3 gatti che lo usano come parco giochi, avrei voluto la pace nel mondo, e suppongo che quest’ultimo “avrei voluto” poteva essere il più realizzabile tra tutti quelli che ho messo.

Insomma si, in questo periodo spuntano post dai titoli “i 10 buoni propositi per il 2015”, “come mantenere i buoni propositi per l’anno nuovo”, “niente buoni propositi ma nuovi stili di vita”, ecc ecc. Qui da me invece si va con un classico: “Siamo al 6 gennaio ed è già andato esattamente come ogni anno: tutto a puttane”, giusto per tenere fede al buon proposito di essere più fini ed eleganti.

Ma passiamo a cose serie (?? Ma quando mai??). Mentre parlavo del brodo sono apparse magicamente due foto: le cosine rosa, giusto per essere in tema brodo, erano meringhe. Nell’altra foto c’erano biscotti di pandizenzero, sempre in tema brodo, ovviamente. E in primo piano la testa di uno dei 3 gattacci malefici che tentava di papparseli.

Ed eccoci arrivati finalmente al momento saliente (??) del post. La ricetta di oggi. Che poi non è una ricetta. In pratica è un “mi sono ricordata di avere un tostapane e volevo tostarci qualcosa”. Ma era troppo banale, persino per me che non brillo certo di fantasia. Allora ho tirato fuori la mia scatola di formine per i biscotti (di cui FORSE un giorno vi farò vedere una foto, ma è vergognoso rendere pubblica una scatola di formine del genere sapendo poi che io i biscotti li faccio si e no una volta all’anno, e di solito di forma rotonda) e ho tagliato il centro del pane. Poi il mio tostapane dimenticato da mesi ha finalmente avuto il suo momento di gloria (in realtà ci avevo appena cotto anche dei toast, giusto per fargli riprendere un pò di vigore dopo il letargo di un paio d’anni). E via, salsette varie per fare gatti neri di palline di pesce, stelline contornate da ketchup, orsetti di philadelphia e tartufo e alberelli di olive e colorante verde appena arrivato da quel meraviglioso sito che potrebbe sostituire qualsiasi negozio esistente, Amazon. (Ho mai parlato del mio amore per Amazon? Probabilmente si. Ma adoro ripetermi, quindi: dove posso convolare a giuste nozze con il signor Amazon?) (Ah si, a me piacciono gli inglesi da quando avevo 13 anni, quando per la prima volta solcai il cielo sfidando le mie paure aeresche e approdai nella patria dei Sex Pistols, dove le uniche cose che ricordo sono: io che compravo il cd dei Sex Pistols, per l’appunto, ancora tenuto come una reliquia qui a casa, e i 7 chili presi dopo la scoperta del Mc Donald, probabilmente ancora non approdato qui in Ancona. L’amore per gli inglesi nasce quindi da questo mix perfetto: Sex Pistols + Cucina esotica per i miei standard 13annosi. E continua tutt’oggi con il mio amore per Jamie Oliver e Heston Blumenthal. Tutta questa parentesi (si, perché se non vi eravate accorti eravamo ancora dentro la parentesi e ora siamo nella parentesi della parentesi. Il mio buon proposito di rinunciare definitivamente alle parentesi ha fatto la stessa fine degli altri buoni propositi) era per dire che come marito vorrei Amazon.co.uk, non Amazon.it. Che poi si sa che i doppi cognomi sono sempre dei nobili, non come il nostro misero .it) (Ah si, in mancanza di Amazon.co.uk mi accontenterò anche del signor Amazon.co.jp. Strano come i miei due Amazoni preferiti siano entrambi di nobili origini e a quanto pare pure imparentati, avendo il primo cognome in comune)

Ehm si, ho iniziato l’anno esattamente come l’avevo finito l’anno scorso: scrivendo idiozie.

E mi sono anche dimenticata di parlare dei wurstel polipetto (che Schlange sta tentando di mangiare nella foto)! Amazon mi fa proprio perdere la testa! Cmq si, oltre ai toast ci sono anche loro, wurstel meravigliosissimi che non hanno bisogno di commenti (diciamo che mi è venuta fame e devo andare a controllare il brodo). Quindi ciao.