Malattie acetilsaliciliche e Melonpan

Stavolta ho un’ottima, ottima scusa per non aver aggiornato nei giorni scorsi, causando (lo so) lo sconforto del mio unico lettore disteso nel letto del reparto psichiatrico dove presto verrò ricoverata anche io.

Sono stata colta da una terribile, terribile malattia, molto debilitante, che mi sta costringendo a casa ormai da giorni. Certo, se non si conta la polenta con la salsiccia a casa dei miei genitori. O il sushi domenica sera. Comunque, questo non toglie il fatto che io sia in uno stato di agonia da venerdi, che mi porta a passare le giornate perennemente avvolta da una coperta di fazzolettini della Peppa, che colleziono per circa 358 giorni all’anno per poi farli fuori tutti in massa in quella settimana in cui la malattia mi coglie. Questa malattia terribile. Il raffreddore.

Come si cura il raffreddore? Bo, probabilmente non si cura. Ed è per questo che in questo momento sono circondata da scatolette di medicinali. La tachipirina? La tengo lì nell’evenienza che mi venga la febbre sopra i 38, così ne mangio una e nel giro di mezzora sono fresca come una rosa. Una rosa appassita, ma vabbè, questi sono dettagli. L’aspirina? Ma siamo matti? No, io esigo l’acido acetilsalicilico! Che poi essendo una futura (molto, molto futura) possibile medica, dovrei presentarmi in farmacia e chiedere con nonchalance e superbia (“nonchalance e superbia di cui abbiamo una foto, presa da internet cercando “Sherlock Holmes pipa”) “Dell’acido acetilsalicilico grazie”. E invece no. Io vado e chiedo “Vorrei l’aspirina, quella non di marca”. La solita idiota. Che poi, vorrei farvi presente quanto sono polla (“polla” di cui abbiamo un’immagine qui a destra).

Ecco, io sono la classica persona sulla quale la pubblicità fa effetto. Cioè, le pubbliciterie (le agenzie pubblicitarie, le case pubblicitarie, come si chiamano? Bo, quegli edifici con la gente dentro che si occupa di pubblicità) con me ci sguazzano alla grande. Io compro l’aspirina non di marca per risparmiare, ma poi sono a casa, guardo la tv e passa la pubblicità: “Sintomi del raffreddore e dell’influenza?” (eh si, questa è per me!) “sciolto in acqua calda, TachifluDec è una calda cura che combatte in fretta i sintomi da raffreddamento” (è proprio per me, mi piace la calda cura!) “e decongestiona le vie nasali” (decongestiona? Che vuol dire? Bo, ma se lo dicono loro allora è vero, devo decongestionarmi!) “TachifluDec, e la giornata continua!” (siiiii! Lo voglio!) “E da oggi la calda cura di TachifluDec è anche all’aroma Arancia Rossa” (la pubblicità che ho visto io diceva “è anche al Limone e miele” e infatti l’ho comprato al Limone e Miele, mi pare ovvio). Immaginatevi la faccia di una malata che man mano che scorre la pubblicità inizia a sorridere come una scema e piano piano passa dall’essere triste e sprofondata nei fazzolettini pepposi a questo:

urlando “Lo voglio” Lo voglio!”. E’ andata così, e ho speso 2 euro di aspirina non di marca ma 6 euro di TachifluDec al Limone e Miele. Che ha funzionato. O forse sto guarendo perché sono passati i canonici 6-7 giorni, ma sono sempre dettagli.

Ah si, il medicinale migliore rimane sempre uno però: il Vicks spalmato su tutto il corpo. Fosse per me lo userei davvero come crema idratante e, già che ci sono, pure come shampo.

Ok, in tutto questo devo ancora parlarvi della ricetta di oggi. Anzi, un attimo, è da un mese che volevo caricare questa foto ma mi sono sempre dimenticata e oggi mi sembra in tema, visto il mio raffreddore curato con i fazzolettini della Peppa. Questo è un biscottone portatomi gentilmente dal Mr Geom in occasione di… bo, niente, forse stavo male (leggi: stavo a casa a poltrire). Sempre in tinta con tovaglioli pepposi. Cavolo, potevo usare il mio superpiatto pepposo, non ci avevo pensato! Che poi avessi visto una, e dico una, puntata della Peppa! Non so nemmeno di cosa parla, ma che ci volete fare, io in un porcello rosa mi ci rivedo come se mi guardassi allo specchio.

La ricetta, dicevo. Che dire, vi metto prima il procedimento e poi vi dico le mie note personali? Vada per procedimento-note personali.

MELON PAN

(ricetta presa da qui e seguita pari pari)

Ingredienti per l’impasto panoso: 160 ml di latte, 1 cucchiaino e mezzo di lievito, 40 g di zucchero, 250 g di farina, 1 pizzico di sale, 20 g di burro fuso

Scaldare il latte fino a 30-40°C. Aggiungere il lievito e 20 g di zucchero e mescolare bene fino a che non si scioglie tutto. Lasciar riposare 5-10 minuti. Setacciare la farina in una ciotola, aggiungere gli altri 20 g di zucchero, il sale e il burro fuso e, alla fine, la cosa lievitosa che avevate lasciato riposare. Mescolare tutto, impastare bene e formare una palla. Mettere dell’acqua calda in una ciotola e, sopra la ciotola con l’acqua, mettercene un’altra dove andrete a appoggiare la palla di impasto. Coprire tutto con un panno e lasciar riposare 30 minuti, in modo che lieviti. Alla fine, tagliare la palla in 8 pezzi e farci delle palline.

Ingredienti per la pasta frolla: 150 g di farina, 1 cucchiaino scarso di lievito, 30 g di burro, 1 uovo, una spruzzata di succo di limone + un pò di scorza grattugiata, 75 g di zucchero

In una ciotola, mettere il burro morbido e 55 g di zucchero e amalgamare tutto. Aggiungere l’uovo, il succo e la scorza di limone e mescolare finché non diventa omogeneo. Aggiungere la farina setacciata e impastare fino a ottenere una palla. Tagliare in 8 parti e farci 8 palline. Schiacciare ogni pallina in modo che diventi un cerchio con un diamentro di circa 11 cm (questo lavoro l’ho fatto sopra la pellicola, in modo da poter sovrapporre tutti i dischi di pasta frolla senza che si attacchino) e mettere in frigo per 10 minuti.

Alla fine: ricoprire ogni pallina di impasto panoso con un disco di pasta frolla, stando attenti a non schiacciarlo. Poi spolverare di zucchero la parte con la pasta frolla e con il dorso di un coltello tracciare una griglia. Mettere i melon pan in una teglia ricoperta di cartaforno, appoggiata su un contenitore con acqua calda, coprire con un panno e lasciar riposare per 20 minuti (attenti che si gonfiano parecchio, a me si sono attaccati tutti). Infornare a 180°C per 15-20 minuti.

(se non capite i passaggi guardate il video!)

Considerazioni: devo rifarli. Non perché mi siano piaciuti particolarmente ma perché c’era qualcosina che non andava. O meglio ancora: appena sfornati ne ho mangiati 2 in 5 minuti. Altri 2 nel corso della serata. Il giorno dopo uno scaldato nel forno. Poi facevano schifo. Ora, le possibilità sono molteplici ma eccone 3, in ordine dalla meno alla più plausibile

1. La ricetta non andava bene

2. E’ normale che dopo 2 giorni una cosa panosa diventi dura come una roccia

3. Io non sono particolarmente brava con i lievitati (leggi: ho provato mille volte a fare il pane e mi viene una schifezza inaudita, e la pizza qui a casa è fatta SEMPRE e SOLO da Mr Geom, e non è un caso) ed è per questo che devo aver combinato qualche casino

Appurato che è colpa mia, qualunque persona che si imbattesse in questa ricetta e provasse a farla sicuramente gli riuscirà meglio di come è venuta a me. Ma comunque c’è da dire che appena sfornati erano strabuoni! Io però continuerò a dare la colpa alla ricetta e ne proverò un’altra e un’altra ancora, fino a che non troverò quella che li farà rimanere soffici anche dopo un anno.

Videogiochi, contatori di parole, wurstel e cosini nutellosi

C’è un motivo per cui mi sono assentata per tutto questo tempo (come se non scrivessi da un anno…): l’inaspettato successo del post precedente mi ha messa in agitazione, per vari motivi. Intanto analizziamo le parole “inaspettato successo”, non tanto per “inaspettato”, ma per “successo”. Ecco, l’unica cosa per cui scrivo “successo” è perché il Gestore Pagine di Facebook, mi ha fatto notare che “Il post ‘Reparto pscichiatrico, aspettami’ sta(va) ricevendo risultati migliori rispetto al 75% dei tuoi altri post”. Ora, è vero che il 75% di zero è sempre zero, come dire che di solito l’interesse che suscito è “ma chi se ne frega”, quindi il 75 % di “ma chi se ne frega” al massimo è “ma chi se ne”. A parte questo, mi farei qualche domanda, se fossi un mio lettore. Tra tutti i post super intelligenti che ho scritto, quale siete andati a leggere? L’unico che non ho avuto il coraggio nemmeno io di rileggere. E pensare che al mio appuntamento delle 19.47 al reparto psichiatrico non si è presentato nessuno…

Ma il sempre fidato Gestore Pagine di Facebook oggi mi ha ricordato: 60 persone a cui piace Frau Fra (ma dov’è sta gente??) non hanno tue notizie da un pò. Scrivi un post. Quindi sia chiaro, non date la colpa a me se oggi scrivo. E’ colpa di Facebook. Che voi non sapete perché lo cancello, ma tutte le volte che ho scritto Facebook in realtà ho scritto Facebbok e ho dovuto tornare indietro, cancellare e riscrivere. E vabbè, mica si può avere tutto dalla vita.

Comunque mi sembra (data la mia scarsa memoria da vecchietta malata di Alzheimer) che l’altra volta volessi arrivare a un punto, ma alla fine mi sono persa nei meandri delle parentesi e non ci sono arrivata. Adesso quando vi dirò dove volevo arrivare mi manderete a quel paese. Il punto era che si avvicina il Natale. E io aspetto un regalo in particolare. Un computer nuovo. Fisso. E’ da anni che non ho un computer fisso. Ho dovuto fare posto in camera, chiamare Geppetto per farmi costruire una scrivania di legno apposita, spostare mobili e togliere spazio di gioco ai gatti, tutto per avere un posto dove posizionare il computer. [non è vero, ho una camera gigante, mi pareva vuota e ci ho montato la scrivania per darmi un tono (leggi: per poter dire alle persone: “vedi che studio!”, mentre in realtà tengo la scrivania sommersa dai libri solo per fare scena, sotto è tutto finto) e allora ho pensato “computer”. E computer sarà] Cavolo, sono ricaduta nel vortice delle parentesi (ma stavolta mi sono attrezzata in anticipo con la parentesi quadra, che svolta!). Allora si, dicevo, Natale si avvicina, regalo in attesa, scrivania, computer fisso (sono sempre stata pessima a fare i riassunti). E che ci devo fare con un computer fisso? A parte che gli altri 2 portatili che abbiamo a casa sono semi-morti, mi serve per una cosa sola: istallare The Sims. L’unico gioco di computer che mi tiene incollata davanti allo schermo. L’unico. Perché sono una schiappa ai videogiochi (per capirci, se mi date un gioco di macchine già è tanto se riesco a partire, ma anche nel caso che riuscissi nell’impresa, alla prima curva tirerei dritto, mentre cerco di girare non con il pulsante del controller ma il mio cervello fa di meglio: pensa che se giro io con tutto il corpo, gira anche la macchina del videogioco. Insomma, vedete una scema davanti allo schermo tutta inclinata a sinistra ma che si scorda di premere il pulsante “sinistra”, quindi la macchina tira dritto. Ovviamente) Niente, le parentesi ormai sono senza controllo… Cosa dicevo? Si, che sono una schiappa ai videogiochi. Ho provato anche a giocare a un giochino dove eri un orsetto di peluche e dovevi uccidere gli altri orsetti di peluche perché non erano venuti alla tua festa di compleanno. Un pò la storia della mia vita. Niente, ho superato il primo livello, ho provato a superare il secondo circa 10 volte poi c’ho rinunciato. Una schiappa.

The Sims invece è l’unico gioco che mi tiene incollata lì davanti. Quello che fa crollare la mia vita sociale, in una scala da 1 a 10, da 2 (la vita sociale che ho normalmente senza The Sims) a 1 (la vita sociale che avrò con The Sims). E quell’UNO non è inteso che una volta ogni dieci giorni esco e socializzo, no. Quell’UNO è inteso che conoscerò nuove persone all’interno di The Sims, l’unica fonte di socializzazione che avrò. Qui di fianco intanto abbiamo una diapositiva del mio tentativo di socializzazione con dei carboni ardenti. Non si può certo dire che sono una che non riesce ad infuocare gli animi. E con questa battuta (??) tristissima, passiamo a un altro argomento.

Si perché in realtà l’idea per il post di oggi era di non dilungarmi troppo. Anzi, diciamola tutta. L’idea originale era di schiaffare 4-5 foto, aprire con un “mi sento in soggezione per l’inaspettato successo del pst precedente, quindi oggi vi lascio un pò di foto e ciao”. Poi mi sono detta “dai ok, magari due righe le scrivo”.

Poi qualcosa è andato storto.

Come sempre.

Tanto ormai ci siamo, quindi: eccovi i wurstel più buoni del mondo! Non perché siano buoni i wurstel in loro ma sono buoni perché hanno una fetta di pancetta arrotolata intorno! E cosa c’è di meglio che annaffiarli con la Festbier? Ah, ovviamente il mio tentativo di socializzazione con i carboni ardenti era solo una questione di comodo, dovevano cuocermi i wurstel! Ma non diteglielo altrimenti si offendono.

Non contenta di questa cenetta di tutto rispetto (anche perché insieme ai wurstel in realtà c’erano anche salsiccie e bistecche, non fotografate per non fare la figura del maiale – cosa che mi rendo conto di fare lo stesso, dato che l’ho scritto, ma vabbè), mi sono detta “eh che, il dolce no?”.

E si, il dolce si.

Ovviamente questo è stato l’antipasto del dolce, ma non soffermiamoci sui particolari, cosa che di solito io non faccio assolutamente. Soffermarmi sui particolari insignificanti e blaterare per ore su quelli, intendo. No, non è da me.

Questo cosino nutelloso è una specie di Tronky, ma con la Nutella. E io dico (eresia!) che è più buono il Tronky. E era buono anche il latte al cioccolato del meno caro, tra l’altro.

Ora, blatero ancora per qualche riga, giusto per non lasciare lo spazio vuoto di fianco alla foto. Di che parlo? Ho freddo. Devo accendere i termosifoni. Dove sono i 3 gatti che riempio giornalmente con pasti luculliani? Venite subito dalla vostra padrona, pelosi perditempo, e fate immediatamente il vostro lavoro: scaldarmi.

E per finire, ecco un’immagine ravvicinata del ripieno nutelloso, che lo so, farà sbavare in molto (me compresa). Urge viaggio all’Auchan per rifornimento di cosetti nutellosi, si si.

Pensavate che avevo finito, vero? In teoria si, ma mi sono appena accorta che, mentre scrivo, wordpress mi conta le parole! Ma vi rendete conto? Blatero da ben 1150 parole! Ops, 1152! Aspettate… 1153. No, un attimo. 1156. E’ una droga. 1159. E’ fantastico. 1161. Potrei non smetterla più. 1165. Ho trovato il giochino dell’inverno. 1170. Ma vi rendete conto che non avevo più niente da dire e da 1150 parole sono passata a 1187? Ben 37 parole di cui il mondo avrebbe fatto volentieri a meno. Adesso 49 parole di cui il mondo avrebbe fatto volentieri a meno. Adesso 60. Mi serve un centro di disintossicazione, subito. 67.

Crostata cioccocastagna e {[(Ossessione parentesiastica)]}

Ho iniziato a fare l’albero. Quest’anno in pratica lo faccio a puntate. Veramente ho sempre pensato che tutti i vari addobbi natalizi vadano messi l’8 e poi tenuti religiosamente fino a fine gennaio. Ok, io li terrei anche fino a aprile e li metterei verso fine settembre, però diciamo che mi sono data questa regola, più che altro per non pagare 2000 euro di bolletta all’enel per le varie lucette. Anche se dall’anno scorso tengo perennemente delle lucine a palletta troppo carine, che si intonano perfettamente con l’archetto che dà sulla veranda. Mi sono dovuta fare forza per non tenerle accese 24 ore su 24, devo ammetterlo. Ho perso il filo del discorso, strano, non succede mai…

Ah si, ok, l’albero a puntate. Io avrei iniziato a mettere le cose l’8 ma, dato che nel palazzo sono già spuntate le prime luci nei balconi ho avuto la scusa giusta per anticipare l’inizio delle decorazioni! Evvai!

Si, ho iniziato a parlare dell’albero (già preso di mira dalle fauci del gattaccio nero, che nei 2 anni di permanenza a casa ci ha accorciato una ghirlanda dorata con le stelline, che ritroviamo puntualmente nei suoi vomitini sparsi per casa nel periodo nataliazio, circa uno al giorno. Per intenderci, era una ghirlanda lunghissima, almeno 4 metri. Adesso posso giusto metterla intorno al collo del gattaccio – la userò per strozzarlo se mi fa fuori anche le altre ghirlande)… Ok, 4 righe di parentesi, ovviamente ho riperso il filo ghirlandoso…

Non riesco ad arrivare al punto, se mai ce ne fosse uno. Dicevo che dicevo dell’albero ma che non volevo parlare di quello. L’avevo presa alla lunga per parlare di altro ma qui mi si sta facendo notte e io il post l’ho iniziato a scrivere all’ora di pranzo. Dicevo che dicevo che dicevo dell’albero ma non volevo dire di quello. Chiaro no? Dai, non avete capito? Dicevo che dicevo che dicevo che dicevo dell’albero ma volevo dire che arriva il Natale. Insomma, righe e righe di “dicevo che dicevo” per poi sparare un’ovvietà del genere. Ebbene si. Ma non volevo dire nemmeno che sta arrivando il Natale, volevo dire altro. Vedo i miei gatti che mi osservano con aria interrogativa. Forse è giusto il momento di arrivare al punto. E il punto è che quest’anno sono in attesa di un regalo natalizio. E questo è strano per me, perché raramente chiedo un regalo in particolare (a parte “soldi soldi soldi” detto con la stessa enfasi di quando vedo un barattolo di Nutella e dico “Nutella Nutella Nutella – a proposito, sono stata a una cosa cioccolatosa, domenica scorsa. Ho comprato un vasetto di cioccolata bianca che ho aperto ieri, perché (non co come sia possibile (wow, parentesi nella parentesi nella parentesi, stavolta mi sono superata)) mi ero dimenticata di averla comprata. Forse perché Mr Geom l’aveva appoggiata nel reparto-pasta e io di solito apro solo il reparto-dolci. Cmq, aperto e finito. Era di una bontà assurda. Per farvi capire con che persona sana di mente avete a che fare, ne ho mangiata metà a cucchiaiate, metà spalamata sopra alle gallette di riso. Così, giusto per dare una parvenza dietetica alla cosa).

Ok, devo darci un taglio con queste parentesi, mi devo disintossicare. Farò richiesta al più presto alla Parentesisti Anonimi, nota associazione che ti aiuta a smettere in 12 passi (più 1) – cavolo, altra parentesi, ci sono ricascata. Il primo passo è ammettere di avere un problema con le parentesi. Il secondo è smettere di usare le parentesi graffe. Oddio, mi sento male. Su WordPress non ci sono le parentesi graffe. {{{{{{{{{{ sono andata a vedere come farle con la tastiera. Adesso mi sento meglio }}}}}}}}}}

Basta, ormai vi lascerò con il dubbio “cosa voleva dirci quella scema?”. Lo saprete la prossima volta [sempre che mi ricordi (DAMN, sono ricascata nelle parentesi!)].

(di solito rileggo quello che scrivo, giusto per capire se, nel suo nonsense, ci sia un sense, ma stavolta mi rifiuto)

Prima di lasciarvi alla ricetta [unica cosa sensata (forse) del post di oggi], ho fatto un bel collage di foto [collage, sembro una bambina di 4 anni (eh bè, come età di cervello siamo lì)] che riassumono i mesi di Ottobre e Novembre, sempre per ricordarmi dell’idiozia che regna sovrana.

E tra l’altro, vi faccio notare che, da brava matematica mancata, ho deciso di usare le parentesi nel modo corretto, quindi ho aggiunto, oltre alla solita parentesi tonda, anche la quadra e la graffa! {sono[si lo so,(devo ammetterlo)sono proprio scema]un’idiota} – Se siete riusciti a capire il senso delle parentesi bè, ci vediamo alle 19.45 (forse meglio alle 19.49) all’entrata dell’ospedale di Torrette, meglio l’entrata vecchia che psichiatria si raggiunge meglio.

Che è? Io con gattaccio nero con gli occhi spiritati, acquisti di Halloween, amica Cecyosa che si laurea (Yuppiiiii!!), zucche Halloweenose intagliate, intermezzo per coprire il buco, pipistrello di Halloween, gattaccio nero che dorme beato (non si sa perché, dato che stava sopra di me), io con il pigiama più bello del mondo, cappuccino delle 5 di pomeriggio con copertina gufosa extramorbida.

Che è? Io con i baffi, Franco Darthvader, torta fatta per il compleanno di mia madre, Franco che cerca di uccidere Barney, burrocacao vaniglia e lampone e tartufoni di cioccolato, gattaccio nero, Franco che ci ricorda quanto manca a Natale, Barney che dorme con Franco e biscottini stellosi.

Cavolo, mi sono dimenticata la foto più importante. Un attimo, adesso la carico.

Per fortuna che mi sono accorta in tempo di questa grave, gravissima mancanza da parte mia, non so come potevate sopravvivere senza vederla. Su FB dovrei averne una con le orecchie da maiale, ma per oggi perso che possa bastare…

Ma, avevo nominato una ricetta? Stavate per perdere le speranze, vero? E invece no, come promesso, eccovela!

Giusto perché mi avanza lo spazio di fianco alla foto, il dolce… no dai, dopo la ricetta vi metto le mie considerazioni.

CROSTATA CIOCCOCASTAGNA

(sempre presa dal libro La Grande Enciclopedia dei Dolci, con delle piccole modifiche)

Ingredienti per la base: 350 g di farina, 80 g di burro, 150 g di zucchero, 1 uovo, vaniglia. Ingredienti per il ripieno: 800 g di castagne, 100 g di zucchero, 300 ml di latte, 200 g di cioccolato fondente, 4 cucchiai di mascarpone.

Per la base: mettete la farina in una ciotola, aggiungere il burro a cubetti e sbriciolare tutto (come sempre, non so proprio come descrivere meglio questo passaggio, ma tanto sono sicura che avete capito. Su su, deve venire una cosa briciolosa). Aggiungere lo zucchero e l’uovo, e impastare. Alla fine si deve formare una palla, se rimane tutto troppo bricioloso basta aggiungere un pò d’acqua. Poi dividete l’impasto in due parti, una 2/3 e l’altra 1/3. La parte dei 2/3 stendetela su uno stampo imburrato e infarinato (io ne ho usato uno da circa 25 cm), facendo dei bordi [i classici da crostata, insomma, 2-3 cm, thò 4 al massimo (non sono brava con le misure, magari i miei bordi erano da 10 cm e io non lo so…)]. L’altra parte, quella di 1/3, stendetela su un foglio di carta forno, della misura dello stampo, perché poi servirà per fare da coperchio. Mettete tutto in frigo mentre preparate il ripieno.

Per il ripieno: lavate le castagne, fate un taglio nella buccia e lessatele per circa 40 minuti. Sbucciatele tutte (un lavoraccio), poi schiacciatele, passatele in un passaverdura, insomma, qualsiasi cosa tranne usare un frullatore a immersione come ho fatto io (con il risultato di averlo fuso. Tutto ciò perché non avevo voglia di tirare fuori il tritatutto). Mettete poi le castagne in una pentola con il latte e lo zucchero e fate cuocere 10 minuti. Unite il cioccolato a pezzi e fate cuocere altri 10 minuti. Alla fine spegnete il fuoco, aggiungete il mascarpone e fate raffreddare. Poi mettete tutto il ripieno nella pasta frolla e chiudete con quella che avevate steso per fare il coperchio. Sigillate bene i bordi (nel libro c’era scritto, io non l’ho fatto e infatti il coperchio mi si è alzato…). Bucate con la forchetta la parte superiore e cuocete in forno a 180° per 45 minuti.

Considerazioni: il voto del dolce è risultato un 6.5 e il motivo è duplice (che paroloni). Per prima cosa, la pasta frolla: decisamente meglio quella della volta scorsa, questa era troppo gommosetta. Ci volevano circa 100 g in più di burro, decisamente. Poi, il ripieno: non è che non era buono, ma le castagne non si sentivano. E se spendo 8 euro per un chilo di castagne, voglio sentirmi la bocca impastata di sapore castagnoso. Ok, non che nel dolce ci sia veramente finito un chilo di castagne dato che appena schiacciate erano talmente buone che probabilmente me ne sono finita metà a forza di dire “Gordon dice che si deve sempre assaggiare quando si cucina”. Questo non toglie che, se mai rifarò questo dolce, eliminerò del tutto il cioccolato.

Questo post è diventato di una lunghezza infinita, stavolta sono STRASICURA che nessuno avrà la forza di leggere fino in fondo. Altrimenti, l’appuntamento alle 19.49 è sempre valido…

Prova prodotti e La renella crocchiarella

Ieri sera mi stavo per addormentare e mi era venuto in mente un inizio post super intelligente, super divertente e super tutto. Insomma, una roba che poteva essere candidata non per il Pulitzer, ma mi avrebbero dato direttamente il Nobel perché avrebbe sicuramente portato la pace nel mondo.

Purtroppo stamattina mi sono svegliata e i neuroni dell’ippocampo come al solito non avevano fatto il loro lavoro, cioé ricordarsi le cose. Probabilmente hanno fatto un festino con la pizza patate e salsiccia che mi sono mangiata per cena, non contenta di un lauto pranzo a base di lasagne e porchetta, e si sono svegliati stamattina in preda ai postumi da una sbronza da zuccheri. Insomma, una giornata ordinaria.

Oggi è il primo dicembre. Non so da quali lande sperdute vengano i miei 3 accaniti lettori (oggi regna l’ottimismo, addirittura mi aspetto un lauto pubblico composto da tre persone – ma quanto mi piace “lauto” oggi? E’ deciso, LAUTO è la parola del giorno, e quindi la useremo lautamente), qui comunque ci saranno quasi 20 gradi. Non per questo casa mia è calda. Oddio, è vero che in questo momento sono in maniche corte e che i termosifoni sono accesi… mi rendo conto di essere un paradosso vivente, forse mi conviene mettermi una maglia e spegnere i termosifoni, così da non avere una lauta bolletta del gas tra qualche mese. Che poi tanto avrò una lauta bolletta della luce dato che periodo natalizio = 800 miliardi di lucette sparse a casa mia quasi perennemente accese. Che fa festa. Una lauta festa. Per l’enel.

Ma entriamo lautamente nel vivo del post: cos’ho pappato di recente? I Croque Monsieur, o IL Croque Monsieur, non saprei. E che è? Si mangia? Si, ovviamente. Da quanto ci racconta la nostra cara amica, Wikipedia, il Croque Monsieur viene da croquer (mordere) e monsieur (signore). Questo non toglie che in italiano renda molto meglio la traduzione data dalla sottoscritta e quindi molto più attendibile dall’alto dei miei 3 anni di francese alle medie, con l’unico “sufficiente” della pagella (nel senso che era il voto più basso che avevo – ahhh che bella la gioventù) solo perché una volta alla domanda “come si dice mela?” io avevo risposto “mel” invece di “pomme”. E si, lo ammetto, anche adesso sono andata su Google Translator per cercarlo, perché per me mela in francese continua a essere MEL. Ma dicevo (come al solito mi dilungo poco), la traduzione sicuramente più attendibile di Croque Monsieur è Signore Croccante. E non si discute. Poi leggendo su Wikipedia ho scoperto che esiste anche la versione SignorA Croccante, che dovrò provare a fare al più presto dato che basta mettere un uovo sopra il signore croccante. Troppo bello comunque “signore croccante”, mi viene in mente me stessa che sgranocchio un signore che passa, ignaro della sua fine. Un pò come Homer Simpson quando immagina di essere nella landa di cioccolato e sgranocchia conigli. Io sgranocchio signori croccanti.

Ma cos’è insomma questo Signore Crocchiarello? Un toast. Con sopra il formaggio. Buonissimo in versione fatta in casa (o quella del Mercatino Regionale Francese che gira per l’Italia), un pò meno questa versione pronta trovata alla Lidl. Eh si dai, la Lidl io la amo con tutto il cuore, quasi di più di Mr Geom. (di sicuro di più), però stavolta ha quasi toppato. Non era per niente saporito e poi io ho un problema con il prosciutto cotto nella versione “non fresca”. Quello sopra le pizze, per esempio. Fa schifo. Quindi faccio un bel fiocco al dito (non come quello che ho provato a fare con l’etichetta della Coca Cola, che non mi è venuto. Ma qualcuno ha provato a farlo? La fanno facile: strappa, tira e voilà, il fiocco di Natale è fatto. Io ho staccato l’etichetta e mi si è divisa a metà. Dovrò comprare altra Coca Cola per ritentare l’impresa)…. cosa dicevo? Mi sono lautamente dimenticata (era da un pò che non usavo lautamente). Ah si, mi farò un fiocco al dito per ricordarmi di provare a fare la versione home made del Signore Crocchiarello. E ovviamente anche della Signora Crocchiarella, mi pare lautamente doveroso.

Per finire (quasi) vi lascio un video sull’insalata di wurstel sempre Lidliana, o meglio, vi lascio il link al video.

Potete raggiungere il video lautamente scempioso anche cliccando sulla foto (che fortuna eh?) (sempre sperando che io e la tecnologia bloggosa andiamo d’accordo). In questo caso la Lidl non ha toppato per niente, era buonissima.

E adesso finisco davvero, giusto un aggiornamento sulla salute del mio amore numero 1 al mondo: gattaccio nero.

Mi ha fatto prendere un colpo, si pensava che avesse problemi ai reni. Avevo già iniziato a cercare un gatto che potesse fare da donatore di entrambi i suoi sani reni al mio. Sarei stata pronta a sventrarlo io stessa il gatto (sono pronta per la sala operatoria, si) e a strappargli i reni a morsi (prontissima per la sala operatoria…).

Alla fine viene fuori che aveva della renella nella vescica. Che adesso, non è per fare la saccente (cosa che invece sono), ma chiunque avrebbe capito che erano una specie di calcoli. Chiunque tranne Mr Geom che, appena usciti dal veterinario, ha allegramente detto “io pensavo che avesse mangiato la renella della lettiera”.

Ed ecco perché nella foto, i cuoricini sono intorno al mio amore unico. E lautamente nero. Schlange (e probabilmente lautamente arrabbiato con me per il nome che gli è stato donato. Ingrato).